528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

lunedì 31 ottobre 2011

28/10/2011 Circuito dell'Annapurna / The Annapurna Circuit

Appuntamento con la dimora delle nevi eterne, la catena dell’Himalaya. A metà ottobre ho iniziato il trekking più impressionante della mia vita. Circuito dell’Annapurna, 300 chilometri percorsi con i piedi, l’unico mezzo datoci dalla natura e che la nostra cultura si sta dimenticando, per valicare uno dei passi più alti al mondo senza scalata, a 5416 mt il Thorung La. 300 chilometri di fatica e sudore ma soprattutto di vita affrontando diversi ostacoli lungo il cammino. Si parte da Besi Sahir percorrendo la valle più profonda del mondo a 800 m tra foreste subtropicali attraverso risaie risalendo il maestoso fiume Marsyangdi su ponti sospesi con camminate iniziale di circa 7 ore al giorno soffrendo il gran caldo e l’adattamento dei piedi alla nuova superficie terrestre.

Dopo alcuni giorni si entra nella valle di Manang, ricca di ruote di preghiera buddiste e bandierine tibetane, attraverso uno spettacolare altopiano che porta ad un canale lungo il fiume. Oltre ad una certa quota verso i 3000 mt diminuiscono le ore di cammino per permettere al proprio fisico di acclimatarsi. In questo periodo sono troppo assetato di strada per fermarmi e decido di non rispettare il giorno di acclimatamento a 3500 mt suggerito da tutte le guide nonostante stia pure nevicando. Continuo a salire oltre i 4000 e subentrano gli ostacoli dell’altitudine.

A due giorni dal passo avverto un forte mal di testa ma decido di non dire niente a Kim, il mio compagno di trekking nepalese. Arrivo a 4400 mt per affrontare l’ultima notte prima del passo. Mi sento meglio e mi tranquillizzo, nel pomeriggio salgo a 5000 e torno al rifugio per l’ultima notte. Un altro escursionista danese, l’unico che ha mantenuto il mio ritmo di camminata dall’inizio, sta male con forti sintomi di mal di montagna una malattia che in alcuni casi può essere mortale. Vedere lui in quello stato non mi tranquillizza. Provo ad andare a dormire ma non chiudo occhio tutta la notte patendo pure il freddo con temperature sotto lo zero.

Sveglia all’alba alle 4 per iniziare la grande sfida con le montagne, la giornata più difficile. Si parte da 4400 mt per valicare il passo a 5416 mt in 4 ore e tornare giù a Muktinath un tempio sacro hindù a 3800 mt. La salita ad alta quota è durissima, lo zaino che pesa circa 8 chili sembra pesarne 50. Il mio corpo sembra reagire bene quindi continuo a salire di tutta fretta ammirando ogni tanto il meraviglioso panorama alle mie spalle con la vista dei vari Annapurna e del maestoso Gangapurna. Vedo la punta del Thorung La, il passo è vicino. Arrivo a 5000 sento che ormai è fatta manca ancora un oretta, un altro sogno è vicino. Poi all’improvviso a 200 mt di altitudine dall’arrivo un blackout improvviso avviene nella mia testa. Inizio ad avere forti perdite di equilibrio, la testa ed i piedi si scaldano improvvisamente e sento che sto per svenire. Mi guardo attorno e sembra che anche altri escursionisti abbiano lo stesso problema. Una ragazza francese spaventata mi chiede dell’acqua. Che fare?
In quel momento tornare indietro era fuori da ogni mia logica, fermarsi sarebbe stato peggio perché il mal di montagna diminuisce solo scendendo. Decido di continuare, stringo i denti ed inizio a camminare come uno zombie con uno zaino che mi preme sempre più sulla schiena e le gambe. Ogni mio pensiero era concentrato sul movimento delle gambe e sul cercare di non cadere. Dopo alcuni metri interminabili ecco il passo comparire come l’acqua nel deserto davanti ai miei occhi. Lacrime di gioia, una sensazione davvero unica è esplosa dentro a me. Dopo 9 giorni di cammino ecco il sogno realizzarsi. Il chorten e le bandierine tibetane davanti a me. Le foto, i salti di gioia e il mal di montagna che svanisce. Poi 7 minuti tutti per me, le persone care soprattutto quelle che non ci sono più. 7 minuti di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin.

Dopo tutto ciò inizia una lunghissima discesa durissima per le ginocchia. Dislivello di 1600 mt in 3 ore per raggiungere l’arida ma spettacolare valle del Mustang. Arrivato a Muktinath vengo a sapere da altri trekker che molti hanno valicato il passo sotto effetto del Diamox, un medicinale per il mal di montagna, o con un mulo che si poteva affittare vicino al passo. Si continua a scendere e si torna a camminare 7/8 ore al giorno però purtroppo il paesaggio più si scende e più è rovinato dall’eccessivo traffico di questa zona. Ho concluso il circuito in 14 giorni, normalmente ci si impiega dai 16 ai 20 giorni. Sò di aver forse un po’ esagerato ma so che in questo momento la mia sete di strada è infinita e camminare verso posti sconosciuti rilascia una sensazione di benessere particolare nel mio animo avvertita solo in viaggio.

Potrei scrivere a lungo su questi 14 giorni ma riservo l’esclusiva al libro che pubblicherò una volta terminato questo sogno incredibile. Se terminerà. Seguite le foto dell’avventura su flickr, basta cliccare su foto viaggio nel collegamento a destra.




Appointment with the Himalayan Range, place of eternal snow. In the middle of October, I started the most impressive trek of my life: the Annapurna Circuit. 300 kilometres on foot, the only means of transport given to us by nature yet one our culture seems to have forgotten, to cross without climbing one of the highest passes in the world: Thorung La, at 5416 metres. 300 kilometres of physical exertion, of life experiences and obstacles to overcome. I started in Besi Sahir, walking through rice fields and subtropical forest in the deepest valley in the world at an altitude of 800 metres, going up-river along the Marsyangdi, crossing suspension bridges and walking up to 7 hours a day suffering from the heat and getting used to the uneven terrain. 


After a few days I entered the Manang valley, which is full of Buddhist prayer wheels and Tibetan flags, through a spectacular plateau that leads to a passage next to the river. When I reached 3000 metres of altitude, I had to cut down on the number of hours walked per day to let my body acclimatise. However, I badly wanted to keep going, so I decided to skip the day of acclimatisation at 3500 metres, even though all the guidebooks advise it and it was even snowing. I kept on walking up to 4000 metres and beyond - and then altitude sickness kicked in. 


Two days away from Thorung La Pass I had a tremendous headache but I decided to say nothing about it to Kim, my Nepalese trekking partner. I reached 4400 metres and stopped there, getting ready to take on the high pass the next day. Then I started feeling better and this came as a relief, so I trekked up to 5000 metres then came back down for the last night at the place I was staying in.
Another trekker, a Dane, the only one to have kept up with me since the beginning, was sick with severe high altitude sickness, which that can lead to death. Seeing him in that condition made me uneasy. I tried to sleep but spent the night awake, shivering in the sub-zero temperatures.

Up at dawn, at 4 o’ clock, to begin my challenge with the mountains, my hardest day on the trek.
It starts at 4400 metres, rising to the pass at 5416 after four hours, then going down to Muktineth,
a sacred Hindu temple at 3800 metres. Trekking at high altitude is strenuous, my 8 kg backpack seemed to weigh fifty. However, my body seemed to be handling everything well, so I carried on at a fast, steady pace, stopping every now and then to admire the wonderful views of Annapurna and Gangapurna. I was then able to see Thorung La Pass, not too far away, and on reaching the 5000 metre mark, I knew success was only an hour ahead. Then, only 200 metres short of the pass, I hit a wall: I started having problems with my balance, my feet and head were getting hot and I felt as if I was about to faint. I looked around and noticed others having the same problem. A French girl asked me for some water. What to do?
Turning back was out of the question; stopping there would have made things worse because mountain sickness only goes away if you move to a lower altitude.
I decided to carry on, gritted my teeth and started walking like a zombie, my backpack weighing me down more and more, my only thought to keep my legs moving properly and not to fall over.
After what seemed endless metres, the pass appeared before me, like an oasis in the desert.
My eyes filled with tears of joy and there was an incredible feeling inside me. After nine days of trekking, this dream had finally come true. The chorten and Tibetan flags next to me, the picture-taking, the dancing around with joy, the mountain sickness gone. And then seven minutes for myself, those I love and, especially, those no longer here: the seven minutes of Led Zeppelin’s Stairway to Heaven. 


Now there was the long long way down, really hard on the knees, with a difference of 1600 metres in three hours before reaching the arid but spectacular Mustang valley. Once in Muktinath, I learned from other trekkers that many of them had crossed Thorung La Pass on Diamox, a medicine for mountain sickness, or with a donkey they had rented close to the pass. I kept going downhill, soon walking 7-8 hours a day again, but unfortunately the lower you come, the more the landscape is spoilt by the heavy traffic of the area. 


I did the trek in a fortnight, whereas most people take 16-20 days, so I know I overdid things, but I also know that at the moment all I want to do is get back on the road – there’s a special sense of well-being inside me that I get only when I’m on my way towards unknown places. There’s much more I could write about this fortnight, but I’m keeping a lot for my book, which will be published when this incredible dream has ended - if it ever does.
To see photos of this adventure on Flickr, just click on ‘Travel Pictures’ on the right.


giovedì 13 ottobre 2011

13/10/2011 Shanti Jatra Organic Festival



Martedì mattina all’alba ritrovo al Funky Buddha. In una fattoria organica nella valle di Kathmandu inizia un festival con alcuni sadhu (induisti asceti) e sciamani dei villaggi della zona. Dopo aver fatto avanti e indietro diverse volte dal punto di ritrovo e il bus, per incomprensione di organizzazione, sono riuscito a salire su uno dei mezzi di trasporto per il festival. Dovevano essere due ore di viaggio ma naturalmente sono diventate quattro. Davanti all’ imponente panorama dell’ Himalaya abbiamo attraversato stradine sterrate piene di buche, la sensazione era di essere su una barca con il mare mosso solo che a fianco alle nostre ruote non c’era il mare ma diversi dirupi profondi. Da queste parti credo sia abituale e dovrò abituarmi alle vertigini.

Dopo quattro intense ore finalmente arrivo alla location del festival, immerso nel verde su una collina davanti alla catena Himalayana, paesaggio naturalistico mozzafiato. Sistemo la tenda davanti a questo meraviglioso panorama vicino agli altri ragazzi giunti fin qua da ogni parte del mondo. Ho conosciuto francesi, tedeschi, inglesi, svedesi, canadesi, russi, libanesi, israeliani, cinesi, turchi, iraniani, indiani e tanti nepalesi arrivati dai villaggi confinanti. Durante il festival era possibile assistere a vari spettacoli culturali e musicali di diversi generi.

Un sadhu (foto) ha raccontato la sua storia, narrando che quindici anni fa a Pondicherry in India ebbe un’ illuminazione attraverso la quale gli svanì la fame. Si nutre solo di energia solare attraverso la meditazione in fronte al sole per diverse ore della giornata, la fotosintesi è la sua essenza vitale. Ho osservato le sue sedute di meditazione e sembra che entri in trance completamente ipnotizzato dal sole. Non ho trascorso il festival a pedinarlo per controllare, sarà vero???

Gli sciamani dei villaggi vicini sono venuti a danzare e cantare secondo i loro rituali, abbiamo conosciuto la musica nepalese danzando noi stranieri assieme ad anziani e bambini venuti in massa per avere un contatto culturale ma soprattutto umano molto forte. Ho provato una grande gioia (video) attraverso a questo incontro e credo proprio che sia stato lo stesso per loro.
Per chi voleva danzare di notte sotto la luna piena, nonostante la forte escursione termica, poteva scegliere se danzare a ritmo di trance o a ritmo di chillout.
Sono stati tre giorni davvero unici a livello umano, culturale e ambientale.

Il festival è terminato un giorno prima perché purtroppo uno degli organizzatori più anziani è morto per un infarto. Giusto concludere.
Stamattina appena appresa la notizia son saltato sul primo bus per Kathmandu. Il prossimo obiettivo è sicuramente il più alto che abbia mai avuto. Quindici giorni di trekking attorno al circuito dell’Annapurna, valicando il passo Thorung La a quota 5.400 m davanti a vette oltre gli 8.000.

On Tuesday morning, the meeting point was at Funky Buddha. On an organic farm located in the Kathmandu valley, a festival with local sadhus (Hindu ascetics) and shamans was starting. Although the lack of organisation led to my going back and forth several times from the meeting
point to the buses, I finally managed to get onto one going to the festival’s location. The journey was supposed to last two hours but ended up lasting twice as long. We drove along damaged and uneven roads with the massive Himalayan landscape before us, feeling as if we were on a rocking boat - except that instead of water around us there were precipices on the side of the road. I thought that I would have to get used to this since it is normal here. 


After four intense hours, I finally arrived at the festival’s location on a green hill in front of the breathtaking Himalayan range and put up my tent next to those of other people who had come here from all over the world. There were French, Germans, English, Swedish, Canadians, Russians, Lebanese, Israelis, Chinese, Turks, Iranians, Indians but also many local people. During the festival we saw different cultural shows and musical performances. 


A sadhu (photo) told his story: fifteen years ago in Pondicherry, in India, he had become enlightened and his hunger ceased. He now feeds on solar energy, while meditating many hours a day: photosynthesis is his vital essence. I observed him during his meditation and it seemed as if he went into a trance, completely hypnotised by the sun. I didn’t spend my time at the festival keeping an eye on him all the time, so I don’t know whether his story was true or not! 


The shamans from the nearby villages came to dance and sing according to their rituals. We got to hear Nepalese music, with foreigners and locals of all ages dancing together - not only a cultural event, but also very much a social one. This made me very happy (video) and I think I can say the same for the others. Although it had become cold, those who wanted to could dance under the full moon to trance or chillout music. These three days were truly unique, from a human, cultural and environmental point of view. Unfortunately, the festival ended a day early because one of the older organisers died of a heart attack, so the decision was taken - rightly - to end the festival. 

This morning, as soon as I heard the bad news, I got onto the first bus to Kathmandu. My next goal will certainly be the ‘highest’ I’ve ever had: trekking for fifteen days on the Annapurna circuit, crossing Thorung La Pass at 5400 metres with a backdrop of peaks reaching over 8000 metres.






lunedì 10 ottobre 2011

09/10/2011 Prima notte a Kathmandu / First night in Kathmandu

Decido di uscire sul presto la prima sera a Kathmandu per osservare la città versione by night. Dopo poche vie inizio già a provare un accenno di insopportazione verso la situazione che mi circonda, baccano di clacson senza sosta, smog , macchine e motorini che mi sfiorano in ogni angolo. Vedo un gruppo di persone, mi avvicino incuriosito ed assisto alla prima rissa del mio viaggio. Una ragazza nepalese, vestita alla moda, grida e tira pugni in faccia ad un giovane circondato da fratelli e amici di lei, naturalmente ogni tanto anche gli amici gliene tirano uno. Capisco subito che questa città non è quello che voglio vedere del Nepal e per fortuna me ne andrò tra due giorni, destinazione la valle attorno Kathmandu.
Decido di entrare da qualche parte, non conoscendo nessun posto entro a caso in una porta che attraverso un corridoio porta ad una scala per il piano di sopra, con un salto nel buio  sono al Sam’s pub. L’ambiente è poco illuminato con alcune candele, il locale sembra proprio un pub di un altro mondo per la gente che lo anima, un mix etnico che non si vede spesso nei pub europei. Mi siedo al bancone nell’unico sgabello disponibile affianco ad un nepalese e ad un israeliano, la barista è austriaca ed è proprietaria, barista e dj. Ho trascorso 4 ore in quel pub e doveva essere solo un aperitivo, ho chiacchierato con un antropologo israeliano di nome Drew che si trova a Kathmandu per studiare la globalizzazione. Abbiamo brindato assieme a due signori nepalesi che continuavano a riempirci di domande, la regola numero uno per tutti quanti era non parlare di politica ma parlare della vita e brindare ad essa.
Ad un certo punto io e Drew ci rendiamo conto che è arrivato il momento di mangiare qualcosa anche perché qua i locali chiudono tutti verso mezzanotte. Usciamo ed infatti stavano chiudendo i ristoranti ma dopo alcune vie ne trovo uno aperto con cucina locale. A cena terminata saluto Drew e torno all’ostello attraversando la città ormai mezza vuota e trovandola decisamente più ospitale. Good night Kathmandu !

I decided to go out early on my first evening here to see Kathmandu by night. After I had gone down just a few roads, the non-stop tooting and exhaust fumes of the cars and scooters barely missing me at every corner had become irritating. I saw a group of people and as I moved closer out of curiousity, I saw the first fight on my travels: a fashionably-dressed Nepalese girl was shouting at a young man and punching him in the face. Some of her family and friends were standing around him and occasionally taking a swing at him, too. I quickly realised that this city was not what I wanted to see of Nepal, so it was just as well that in two days I’d be moving on, into the surrounding valley.

I decided to go for a drink and, not knowing any pub in particular, walked in through the first doorway I came to, down a corridor and up a flight of stairs into Sam’s Pub. This was feebly lit by candles and really did seem like a non-European pub because of its unusual ethnic mix of regulars.
I went up to the bar and sat on the only empty stool, next to a Nepalese and an Israeli. The barmaid, who was Austrian, turned out to be the owner of the place as well as the dj. I had only gone there for an appetizer but ended up spending four hours there, chatting with an Israeli anthropologist named Drew, in Kathmandu to study globalisation. We drank with two Nepalese men who kept asking questions, the only rule being to talk not about politics but about life and to make toasts to it.

At a certain point, Drew and I realised it was getting late to eat, because all the places shut down around midnight. As we left the pub, we saw that most places were already closed but after a short walk we found a local eating place. After dinner, I said goodbye to Drew and headed back to the hostel through the streets that were by now half-empty and decidedly more hospitable
Good night Kathmandu!