528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

giovedì 31 maggio 2012

Pagellino temporaneo Cina / Temporary report China

Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                                 :   8
-          Cucina locale                                       :   7
-          Ospitalità della gente                           :   7
-          Costo della vita per uno straniero        :   6

-          Media Cina                                      :    7


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                 :   8
-          Local food                                          :   7
-          Friendliness and hospitality               :   7
-          Cost of living for a foreigner             :   6

-          Average for China                              :  7

martedì 22 maggio 2012

20/05/2012 Una domenica pomeriggio a Qingdao / A sunday afternoon in Qingdao


Sono commosso, ma allo stesso tempo ubriaco. In una classica domenica pomeriggio passeggiavo in solitaria nella zona antica e più povera di Qingdao (ex colonia tedesca)per osservare la vita domenicale della gente del posto. Ad un certo punto ho sentito della musica tradizionale, ad un volume particolarmente eccessivo, proveniente da un piccolo bar locale. Le vetrine erano di vetro, così ne ho approfittato per osservare all’interno. Noto diversi cinesi, sulla cinquantina d’anni, che celebrano il giorno di festa bevendo e mangiando assieme, ma soprattutto cantando e suonando piano e fisarmonica. Uno di loro mi nota e mi invita all’interno, accetto subito. Sembrano entusiasti di avere un nuovo ospite, mi riempiono il bicchiere di birra e iniziano i brindisi alla goccia secondo la loro tradizione. Mi sa che da un po’ hanno iniziato perché li vedo abbastanza gonfi dall’alcol. Mi prendono in simpatia nonostante non parlino inglese, sono sorpreso perchè un gruppo di cinesi, tutti di una certa età, mi sta accogliendo assieme a loro in un momento riservato di festa – solitamente gli anziani sono molto chiusi verso gli stranieri. Si canta , si batte le mani a ritmo, è festa per tutti ! (guardate assolutamente il video a fondo post)

Uno alla volta cantano canzoni popolari cinesi, di cui riconosco solo la versione cinese di “Bella ciao”. Ad un certo punto tocca a me, vogliono che canti anche io, ma sinceramente non conosco a memoria una canzone italiana. Penso alla mia infanzia e dal nulla mi torna in mente un brano di Lucio Battisti che cantavo a squarciagola: “Dieci Ragazze per me”. Prendo il microfono, mi alzo in piedi e, per la prima volta in pubblico nella mia vita, inizio a cantare stonatissimo, ma poco importa, ora conta solo il momento di festa e loro sono felici a vedermi cantare. Ogni 5 minuti mi offrono un chupito di birra, così che dopo due ore sono ubriaco e dovrei andare al bagno. Chiedo ma non mi capiscono, osservo gli altri, bevono di tutto ma non vanno mai da nessuna parte. Inizio a sentire la vescica a pressare e mi rendo conto di essere ciucco alle 4 del pomeriggio conscio che stasera ho un appuntamento con una simpatica ragazza cinese per cena. Così all’improvviso saluto tutti con le mani giunte ripetendo “shi-shi” ovvero grazie in cinese e con gli occhi lucidi dalla felicità. Sono emozionato e grato a questa gente perché questi sono i momenti più gioiosi che provo in viaggio e sono diventati la mia passione.

Torno all’ostello della gioventù, in cui risiedo, e dopo una corsa sfrenata al bagno mi riprendo dalla sbronza. Verso sera esco alla ricerca di un mezzo che mi trasporti verso il ristorante dell’appuntamento con Sheng, una giovane cinese che insegna inglese e studia tedesco conosciuta ieri nel bar dell’ostello. Dopo tanto tempo che non mi capitava, trascorro una piacevolissima serata tra cena e passeggiata lungo mare. Ci raccontiamo le nostre vite e ci rendiamo conto che, anche se siamo cresciuti in culture così lontane, abbiamo molto in comune. Qingdao si è rivelata una sorpresa, non per la bellezza della città, bensì per gli incontri speciali che sto avendo. Sono venuto qua casualmente per via del traghetto diretto in Corea del Sud e ancora una volta la mia filosofia di viaggio senza aerei mi ha regalato momenti particolari. Da domani riproverò a martellare il centralino della compagnia di traghetti nella speranza che si liberi un posto a breve per attraversare il Mar Giallo e sbarcare in Corea del Sud in attesa del 5 giugno per il lungo viaggio di 24 giorni attraverso l’Oceano Pacifico e per raggiungere la terra sudamericana in un esotico porto colombiano.


I was moved but, at the same time, drunk. On a typical Sunday afternoon I was walking alone in the oldest and poorest part of Quingdao, former German colony, to see what the locals do on a Sunday. Hearing some really loud traditional music coming from a small bar, I looked in through the windows and saw some Chinese in their fifties enjoying their day off by drinking and eating together, but also singing and playing the piano and an accordion. Seeing me, one of them beckoned me into the bar, and I didn’t need to be asked twice. They seemed thrilled to have a new guest so they filled me a glass of beer and, in their tradition, started toasting and gulping the drinks down. This seemed to have already been going on for some time because they looked pretty smashed. They took a liking to me even though they didn’t speak any English and I felt surprised that a group of fairly old Chinese, usually very reserved towards foreigners, had invited me to a private party. We sang and clapped our hands, it was party time for everybody! (have a look absolutely to videoclip on the post's end)

One at a time they sang traditional songs, one of which I recognised as the Chinese version of “Bella Ciao”. Then it was my turn to sing but I don’t know any Italian song by heart. I thought about my childhood and remembered out of nowhere “Dieci ragazze per me” by Lucio Battisti, which I used to sing at the top of my voice. I took the mike and, for the first time in my life, stood up and started singing - out of tune, but that didn’t really matter because it was all about having a good time and they were happy to have me sing. Every five minutes they offered me a shot of beer and after two hours of this I was drunk and in dire need of a loo. I asked where the toilet was but they didn’t understand, so I looked at what the others did and noticed they were drinking loads but not going anywhere. I felt that my bladder was full and realised I was drunk at 4 pm, just a few hours before a dinner appointment with a nice Chinese girl. So I suddenly said goodbye to everybody by pressing my palms together and repeating “shi-shi”, which is “thank you” in Chinese, my eyes bright with tears of happiness. I was moved and grateful towards these people because these are the happiest moments of my travels and have become a passion.

I returned to the youth hostel I was staying at and, after dashing to the toilet, started sobering up.
In the evening I went out to look for transport to the restaurant where I had an appointment with Sheng, a young Chinese girl I had met at the hostel bar, and who teaches English and studies German. A long time had passed since my last evening eating out and walking along a seafront. We talked about our lives and realised that even though we had grown up in distant cultures, we had a lot in common. Quingdao turned out to be a surprise, not because the city is beautiful, but because of the special encounters I had. I arrived here by chance, because I was heading to South Korea to catch a boat and, once again, my way of travelling without taking planes had led to special moments. From tomorrow I’ll keep hassling the ferry company phone operator, hoping that a place will soon become available and I can cross the the Yellow Sea and reach South Korea before June 5th, when a 24-day journey across the Pacific will take me to an exotic port in Colombia.

sabato 12 maggio 2012

10/05/2012 Ingresso in Cina / Entering in China


Salgo sul pullman, sono l’unico straniero tra cinesi e vietnamiti, fatico a trovare un posto ma fortunatamente noto un ragazzo cinese sorridente che mi invita a sedermi accanto a lui. Sono diretto alla frontiera cinese e da li proseguirò per la prima città che incontrerò. Durante il viaggio cerco di conoscere il mio vicino che parla poco inglese ma da quello che ho capito è un viaggiatore avventuroso che per via delle sue poche possibilità economiche di solito viaggia in autostop e dorme in tenda. Anche lui sostiene che è dura viaggiare in Vietnam perché i vietnamiti sono troppo assettati di soldi e difficilmente ti danno un passaggio gratuitamente. Mi dice che in Cina invece è facile viaggiare infatti alla frontiera si fermerà a bordo strada con il pollice alzato. Mi mostra le foto del giro del bellissimo paesaggio montano del Sichuan che ha fatto in bicicletta. Intanto il pullman parte e l’assistente dell’autista ci consegna una lattina di fagioli conservati in uno sciroppo.  

3 ore di viaggio e mi fanno scendere dal pullman e prendere i bagagli per raggiungere l’ufficio di immigrazione vietnamita e timbrare l’uscita. Dopo di che, con dei pulmini, mi trasportano all’ufficio cinese situato in un grande edificio appariscente. Nessuno parla inglese ma inseguo i miei compagni di pullman per non perdermi. Il resto è una prassi che già conosco. La funzionaria cinese fa controllare la mia foto ad un collega perché non mi riconosce per la barba selvaggia e capelli arruffati. Arriva il momento del soave suono del timbro ed è fatta! Nono paese, nona avventura. Sono emozionato.

Che sorpresa ritrovarsi su un autostrada dopo diversi mesi senza, la Cina da subito l’impressione di un paese decisamente sviluppato confronto al resto del sud-est asiatico. Dopo alcune ore eccomi a Nanning, la capitale della regione del Guangxi. Nulla di interessante, una grande città di passaggio dal Vietnam ma almeno quando scendo dal mezzo nessuno è interessato a chiedermi dove vado, come mi chiamo e se voglio comprare qualcosa. Sono arrivato al punto che sono felice di lasciare il Vietnam, paese stupendo ma i vietnamiti che lavorano nel turismo sono esageratamente pressanti come in un nessun altro paese asiatico. Chiaro che ovunque c’è gente che vuole fare business ma in Vietnam ci si ritrova spesso in situazioni scomode o fastidiose. Se siete alla ricerca di una vacanza rilassante evitate questo paese.

Ormai si è fatta sera e sono affamatissimo, esco per le strade di Nanning all’avventura. Impossibile trovare un ristorante con menù o indicazioni in inglese allora entro in uno che ha delle figure illuminate vicino alla porta. Il personale naturalmente non parla inglese cosi ordino indicando un piatto che sembra a base di spinaci. Qua si complica ancora di più la già complessa situazione asiatica riguardo al fatto che mangio vegetariano. Mi è andata bene, mi arrivano spinaci e riso per circa due euro assieme ad una birra. Finito di mangiare passeggio osservando le vie della città. Arrivo davanti alla stazione del treno e decido di fare già il biglietto per domani diretto a Giulin. Trovo uno sportello informazioni e il ragazzo incaricato appena mi vede arrivare esclama “oh shit” talmente forte che lo sento in lontananza. Riusciamo a capirci, cosi mi dirigo alla biglietteria. Tutto lo schermo è nella scrittura cinese , per me indecifrabile. Sono l’unico straniero in mezzo a migliaia di cinesi e sono entusiasta per questa cosa. Mi sento un bambino alla prima volta in una stazione del treno, osservo tutto che appare nuovo. Diverse persone mi guardano divertite ed io lo sono ancora più di loro perché mi rendo conto che trasmetto allegria. Come tutte le volte, cambia il linguaggio, la scrittura, i vestiti,  i lineamenti del viso o il colore della pelle ma c’è una cosa che non cambia mai : l’umanità delle persone. Siamo tutti esseri umani, se imparassimo ad andare oltre alle superficialità sopra citate ci renderemo conto che siamo tutti uguali.

I got on the bus as the only foreigner among Chinese and Vietnamese and struggled to find a seat until, luckily, a smiling Chinese guy invited me to sit next to him. I was heading for the Chinese border and then to the first town I came across. During the journey I tried to get acquainted with my neighbour but he spoke very little English although from what I understood, having little money he was an adventurous traveller, usually hitchhiking and sleeping in a tent. Even he said that it’s hard to travel in Vietnam, because the Vietnamese are so hungry for money that they are unlikely to give you a lift for free, and he then added that in China travelling this way is easier - indeed, once at the border he would wait at the roadside with holding out his thumb. He showed me his photos of the beautiful mountainous landscape of Sichuan, taken while on a bicycle trip. Meanwhile the bus left the station and the driver’s assistant gave us a can of beans preserved in syrup.

After three hours I was made to get off the bus, pick up my luggage and head to the Vietnamese immigration office to get my exit stamp. Then I was taken by minibus to the Chinese office located inside a flashy big building. Nobody spoke English so I followed my bus mates so as not to get lost. What followed were bureaucratic steps I’m now used to. The Chinese employee asked a colleague to check my photo because she couldn’t recognise me with my unkempt beard and ruffled hair. The sweet sound of my passport being stamped finally came: ninth country, ninth adventure. I’m excited.

What a surprise it was to be on a motorway, after months in countries without any. China immediately gave the impression of being decidedly more developed than the rest of South-East Asia. A few hours later I was in Nanning, the capital of Guangxi region. There was nothing interesting – it is just a big city on the way from Vietnam but at least there were no touts waiting for me at the bus stops. I had reached the point where I was happy to leave Vietnam, an amazing country but the level of hassle for tourists from the locals working in tourism was higher than in other Asian countries, so if you’re looking for a relaxing holiday, avoid this country.

By now it was night and I was famished, so I went out into the streets of Nanning. It was impossible to find a restaurant with a menu in English so I entered one with lit-up figures at the entrance. The staff didn’t speak any English so I ordered a dish that looked like it was based on spinach by pointing at it. This was a complex situation because I eat vegetarian meals, but I was lucky and was served a dish with spinach and rice plus a beer for about €2. After dinner I walked the city streets until I reached the train station and decided to get the ticket for Giulin for the next day. I found an information booth and the guy there went “Oh shit!” as soon as he saw me, so loud that I heard him from a distance. We managed to understand each other so I then headed to the ticket office where everything was written in Chinese, which I don’t understand. I was the only foreigner among thousands of Chinese and this thrilled me. I felt like a child in a train station for the first time, looking at everything, and everything seeming new. Several people looked at me in an amused way and I was even more amused because I realised I was putting them in a good mood. As always, language, writing, clothes, face features and skin colour change, but humanity in people does not. We are all human beings and if we learnt to go deeper than these superficial aspects, we would realise that we really are all equal.

Pagellino temporaneo Vietnam / Temporary report Vietnam

Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                                 :   6,5
-          Cucina locale                                       :   8
-          Ospitalità della gente                            :   6
-          Costo della vita per uno straniero         :   6

-          Media Vietnam                                   :   6,625


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                   :   6,5
-          Local food                                            :   8
-          Friendliness and hospitality                 :   6
-          Cost of living for a foreigner               :   6

-          Average for Vietnam                           :  6,625

sabato 5 maggio 2012

04/05/2012 Hanoi ed il visto cinese

Qualcosa mi ha sfiorato la faccia. Apro gli occhi e vedo il piede del ragazzo vietnamita disteso davanti a me, la mia schiena è a pezzi e le ginocchia  sono dolenti per l’impossibilità nel distenderle da parecchie ore. No, non sono in una cella di tortura di un carcere ma mi trovo sdraiato sul suolo del corridoio del pullman sul quale viaggio da ormai 18 ore in direzione Hanoi, capitale del Vietnam. Il mio sedile è piuttosto rigido e la leva per distenderlo non funziona così ho optato per la soluzione più semplice:  sdraiarmi al suolo come i compagni di viaggio vietnamiti. Stiamo entrando in città, giusto il tempo per togliere i bene amati tappi dalle orecchie che sento il concerto di clacson, mi sollevo  e osservo dal finestrino il fiume di motorini che contraddistinguono le città di questo caotico paese.

Raccolgo il mio zaino sull’asfalto e inizio ad affrontare i soliti procacciatori di turisti e taxisti. Conscio che quelli che aspettano i pullman in arrivo sono solitamente qua per truffare lo straniero appena arrivato facendogli pagare la corsa con prezzi assurdi, li evito pacificamente ed inizio a camminare per le vie rumorose di Hanoi. Chiedo a dei passanti e mi confermano di essere già in centro e che l’ostello che sto cercando non è distante così lo raggiungo a piedi. Suggeritomi da una ragazza conosciuta ad una fermata del pullman mi sono sistemato in un dormitorio da 12 persone con letti a castello per un ragionevole prezzo di 5 dollari – il Vietnam si è rivelato più caro dei suoi vicini asiatici soprattutto nei prezzi dei trasporti e delle camere così per una persona singola il dormitorio è l’unica possibilità a meno che si voglia spendere 10 dollari ma mi sembra esagerato per l’Asia.

Senza colazione e senza neanche un minuto di riposo decido di precipitarmi all’ambasciata cinese per avviare le pratiche di richiesta del visto che durano 4 giorni lavorativi. Prima necessito di una fotocopia del passaporto e del visto vietnamita così mi metto alla ricerca di una fotocopiatrice chiedendo a chi capita lungo la mia strada. Si è rivelata un’impresa realizzare queste fotocopie perché i pochi hotel che avevano la fotocopiatrice mi dicevano che non era funzionante e continuavano a rimbalzarmi da un posto all’altro nelle torride vie della capitale colme di motorini che guidano all’impazzita che non placano mai la loro corsa neanche davanti ad un pedone. Così arrivo alle 9 del mattino all’ambasciata cinese grazie al passaggio di un mototaxi – non vi dico con che manovre.

Fortunatamente non trovo la folla che mi aspetto solitamente nelle ambasciate ed è tutto organizzato bene con la supervisione di un gentile poliziotto cinese che parla perfettamente inglese. Ci sono due moduli da compilare con molte domande personali, poi si allegano foto e fotocopie. Ho compilato tutto anche se mi rendo conto che possano venire dei dubbi ai funzionari dell’ambasciata perché sono ancora abituato ad inserire di essere un impiegato, che non lo sono più, e alla domanda su dove sono stato negli ultimi 12 mesi ho risposto sinceramente iniziando la lunga lista di 8 paesi in 7 mesi per motivi turistici. Se non mi chiamano nel pomeriggio vuol dire che è fatta e devo tornare tra 5 giorni e andare nella loro banca per pagare i 30 dollari dovuti.

In attesa di non avere brutte sorprese dai cinesi, ne approfitto per visitare Hanoi che appare più caratteristica e accattivante della sua sorella Ho Chi Minh City, che ha seguito il passo della maggior parte delle grandi città asiatiche modernizzandosi e perdendo il fascino del passato. Due passi tra le vie per osservare le dinamiche quotidiane della gente locale nonostante i 38  gradi odierni. La parte più interessante sono i chioschi che cucinano riso e noodle a bordo strada, mi siedo ad uno a caso e conosco dei signori anziani che mi mostrano il loro strumento per fumare tabacco, una bonga di bamboo con un foro per aspirare dal diametro di ben 5 cm proprio come quelle che ho visto nei villaggi etnici del nord del Laos, che non a caso sono poco distanti da qua.

Something brushed my face. I opened my eyes and saw the foot of a Vietnamese youngster lying in front of me, my back ached and my knees hurt because I hadn’t been able to stretch my legs for hours. No, I wasn’t in the torture chamber of a prison but lying in the aisle of the bus on the eighteen-hour journey to Hanoi, capital of Vietnam. The seat was quite hard and the reclining lever didn’t work, so I went for the easiest solution: to lie on the floor like my Vietnamese travel mates. As we got into town, I removed my beloved ear plugs and heard the sound of hooting, so I got up and, looking out of the window, saw the rivers of scooters which are typical of the cities of this chaotic country.

I picked up my backpack and faced the usual touts and taxi drivers. Knowing that those who wait for the buses to arrive are usually there to rip off foreigners, I peacefully avoided them and started walking down the noisy streets of Hanoi. I found out from some passers-by that I was already in the city centre and that the hostel I was looking for - recommended to me by a girl I met at a bus stop - was not far away, so I went there on foot. I took a bunkbed in a twelve-person dormitory for the reasonable price of five dollars. Vietnam was turning out to be more expensive than the bordering countries especially as far as transportation and rooms go, so for a single person, sleeping in a dormitory is the only choice unless you are willing to spend ten dollars, but that seemed too much to me for Asia.

Without having breakfast or taking a minute’s rest, I then rushed to the Chinese embassy to apply for a visa that won’t be issued for four working days. First I needed a photocopy of my passport and Vietnamese visa so I started looking for a photocopier and asking people on the way.. Finding one turned out to be hard because the few hotels that had one told me that it wasn’t working, so they kept sending me from one place to another along the torrid roads filled with dangerously driven scooters that never stop for pedestrians. I finally reached the embassy at nine o’clock after taking a ride on a mototaxi – no need to mention the manoeuvres.

Luckily there wasn’t the usual queue I expect at an embassy and everything was well organised and supervised by a kind Chinese policeman who spoke perfect English. There were two forms to fill in with many private questions to answer, then photographs and photocopies were attached. I answered all the questions but I think the embassy employees may have some doubts about the fact that even though I no longer work as an employee, I still put down that I did, and when asked to write down where I had been in the previous year I replied honestly and listed the eight countries I had visited as a tourist in the last seven months. Not being called in the afternoon would mean everything was okay and that I could go back in five days and pay the necessary thirty dollars at their bank.

As I waited, hoping not to receive any bad news from the Chinese, I visited Hanoi, which appeared to be more characteristic and intriguing than its sister, Ho Chi Minh City, which modernised like most big Asian cities and thereby lost most of its old charm. Although it was 38°C, I went down a few roads to get an idea of the daily dynamics of the locals. The most interesting things are the roaside kiosks that cook rice and noodles. I stopped at one of these and met some old men who showed me their smoking instrument: a bamboo bong with a five centimetre aspiration hole, just like the ones in the villages of northern Laos, which isn’t very far from here.