528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

sabato 28 luglio 2012

Pagellino temporaneo Colombia / Temporary report Colombia


Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.


-          Trasporti pubblici                                :   7,5
-          Cucina locale                                       :   6,5
-          Ospitalità della gente                           :   7,5
-          Costo della vita per uno straniero         :   6

-          Media Colombia                               :    6,875


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                  :   7,5
-          Local food                                           :   6,5
-          Friendliness and hospitality                :   7,5
-          Cost of living for a foreigner              :   6

-          Average for Colombia                      :  6,875

20-24/07/2012 I Taita e il Yagè / Taita and Yagè



Alle 6 del mattino arrivo nel polveroso piazzale dei bus di Mocoa, capoluogo della regione del Putumayo che confina con l’Amazzonia colombiana ed è considerata parte di essa. Assieme ad una simpatica infermiera colombiana, conosciuta durante il trekking alla città perduta, sto raggiungendo la casa di due taita (sciamani) locali, in una zona fuori dagli itinerari turistici, per partecipare ad antiche cerimonie tradizionali nella cultura indigena. In Sud America si sono sviluppati centri per turisti dove provare questa esperienza con finti sciamani a costi elevati per cui bisogna cercare con cura i posti autentici facendosi aiutare da contatti locali.
La città è circondata dalla foresta pluviale ed è attraversata da diversi fiumi in piena per l’abbondante pioggia caduta nei giorni scorsi. La casa dei taita è situata su una collina al fondo di una strada sterrata che si estende dall’ultimo ponte di Mocoa ed è una grande baracca ombreggiata da alcuni alberi con pavimento in terra battuta, mura di legno e tetto in lamiera ondulata. All’arrivo incontriamo la moglie di uno di loro, una sorridente contadina sulla cinquantina d’anni segnata fisicamente da una vita di duro lavoro, e le sue figlie a cui consegnamo del cibo in offerta. Gentilmente ci indicano la stanza degli ospiti, che poi si rivelerà anche per quella delle cerimonie, dove si trovano alcune comodissime amache. In attesa che arrivino gli uomini di casa, le figlie ci accompagnano lungo un largo torrente dove poterci bagnare, nonostante la corrente piuttosto intensa, con acqua fresca e rigenerante.

Poco dopo pranzo, mentre passeggiavo nel terreno attorno alla baracca tra galline e cani, noto due anziani bassi, mulatti e carismatici venirmi incontro, uno con difficoltà perché porta le stampelle. Mi salutano amichevolmente e si presentano come taita Juan e taita Amable, sono i due fratelli guaritori e sciamani locali. Ci conosciamo e intraprendiamo i primi lunghi discorsi di preparazione per la cerimonia di questa notte. Consiste nel bere un preparato a base di erbe, solitamente chiamato “yagè” o “ayahuasca”, ma da loro “ambihuasca” perché ritengono ambi (rimedio o cura) più rispettosto di aya (amaro). Questa bevanda ha un potere straordinario, utilizzato da millenni per curare lo spirito e il corpo delle persone perché, oltre ad agire sulla mente enfatizzando all’estremo i propri stati della coscienza, ha anche la funzione di purga e causa vomito e dissenteria. Considerato un potente allucinogeno dalla scienza moderna, per i suoi nativi è una finestra su un’altra dimensione che ti dona una nuova prospettiva su te stesso e sulla vita o un contatto diretto con Dio. Ti porta anche a raggiungere meandri del tuo inconscio da te dimenticati o ad affrontare gli spiriti maligni che ti tormentano per cui potrebbe rivelarsi un viaggio piacevole o no in base alla purezza dello spirito della persona.

Nelle lunghe ore di attesa pomeridiane osservo i due guaritori prestare servizi a vari abitanti del villaggio che vengono in questa casa per cercare rimedi alternativi alla medicina moderna. Una signora, ha un’ occhio gonfio e non ci vede più bene da un mese, prova a farsi curare secondo un rito a base di erbe. Un muratore, di una cittadina nelle vicinanze, viene a chiedere aiuto per sua figlia di sedici anni che ha dei bruschi squilibri comportamentali. Altri si aggiungono per la cerimonia di yagè. Tra una cura e l’altra taita Juan suona la chitarra e canta alcune melodie indigene che ci seguiranno durante la cerimonia per guidarci positivamente. Si ascoltano alcune esperienze, tra cui la prima volta dei taita a 5 anni attraverso i genitori. Queste persone bevono la bevanda da più di 60 anni e mostrano un integrità mentale impressionante. Intanto il gruppo raggiunge un numero di una decina di persone tra cui tutti colombiani ed io nominato “el extranjero” (lo straniero). Li diverte avere uno straniero tra loro, sono stati rari gli europei – circa quattro - che sono passati da questa casa, nonostante i decenni di cure, e la loro curiosità mi mette spesso al centro dell’attenzione. In ogni caso si avverte una contagiosa allegria nel gruppo in attesa della grande esperienza. Io sono eccitatissimo, 7 anni che aspetto questo evento da quando venni a sapere per la prima volta della cerimonia attraverso un amico. Feci alcune ricerche e dai racconti strabilianti dei giornalisti che la provarono mi promisi che prima o poi l’avrei provata percependo distintantamente negli anni la forte attrazione che mi ha guidato fin qua. Ora i casi sono due, o si rivelerà per un enorme bufala o sarà un’esperienza straordinaria.

Finalmente si fa notte, il corpo riposa e quindi lo spirito è pronto alla nuova esperienza. Inoltre il buio alimenta gli spiriti maligni e ci permetterà più facilmente di incontrarli e affrontarli. Taita Juan, dopo aver indossato corona a piume e vestito bianco da cerimonia, apre una tanica di benzina con all’interno un liquido violaceo già preparato, il yagè. Tocca prima agli uomini che uno ad uno beviamo in una tazzina da caffè, naturalmente io inizio per primo. Per mandare giù il liquido senza vomitarlo ci aiutiamo con una fetta d’arancia dopo aver bevuto. Il sapore è disgustoso e sento già lo stomaco che si contorce ma l’arancia mi salva in tempo. Beviamo tutti, si accendono alcune candele e dopo un quarto d’ora si spegne la luce. Ancora qualche minuto di attesa e concentrazione poi la bevanda miracolosa inizia ad agire. Inizio piano piano a sentirmi stordito e a vedere le ombre delle persone sempre più offuscate come fossero infuocate. Mentre cerco di gestire la nausea chiudo gli occhi inizio a vedere alcune forme geometriche colorate che si alternano in movimenti a scatti sempre più veloci. Qualcuno inizia a vomitare dandomi fastidio, un altro parla, poi si sdraia per terra e anche lui mi innervosisce. Cerco di allontanarmi dalle persone per concentrarmi nella mia esperienza. Continuo ad osservare le visioni dentro ai miei occhi finchè all’improvviso prendo un secchiello vicino ai miei piedi e vomito repentinamente. Quando termino entro in uno stato di piacere immenso, raggiungo una felicità e allegria estrema. Decido di rifugiarmi nell’amaca mentre i taita si alternano a suonare e cantare. Quando c’è la musica, volo verso confini umani inimmaginabili travolto da questa sensazione di misticismo e allegria avvertendo una travolgente voglia di danzare ma limitandomi a farlo con le mani. Quando la musica si ferma mi sento smarrito, ma il taita avvertendo il mio stato d’animo non mi abbandona troppo tempo senza musica. In ogni caso il canto del gallo, l’abbaiare dei cani e il rimbombo della violenta pioggia sul tetto a lamiera rendono l’atmosfera di questa stanza energica e travolgente.
All’improvviso avverto nuove fitte di mal di pancia e corro al bagno. Torno nella stanza e trovo la luce accesa. Tutto ciò mi spiazza completamente e mentre alcuni cercano di parlarmi io sorrido ma in questo momento non sono nella loro dimensione e non posso comunicare anche se capisco cosa mi stanno dicendo. Mi ritiro sull’amaca e molto lentamente ritorno alla realtà. Si rispegne la luce e, insonne, inizio un lungo dialogo con il taita che mi deliziava con la sua musica. Tra una risata e l’altra si parla dell’esperienza che ho avuto. Fortunatamente tornando alla realtà anche il mio corpo si riprende velocemente. Il gruppo si è riunito con un allegria contagiosa e racconta le sue esperienze senza vergogna o inibizioni ma con delle grasse e sane risate.

Riposo il secondo giorno ascoltando i tanti racconti interessanti dei taita e imparando sempre più sulla loro particolare cultura assistendo al via vai dei pazienti del villaggio. Con una saggezza e semplicità disarmante mi trasmettono la loro sapienza formata nell’unica università in cui tutti dovremmo studiare, l’università della foresta. I taita mi offrono di insegnarmi tutto ciò che sanno nel caso decidessi di trasferirmi da loro. Intanto, riprendendomi completamente dalla prima cerimonia, decido di partecipare ad un'altra perché si dice che con l’esperienza si raggiungano livelli più alti.

Sicuro di me, la notte del terzo giorno, mi appresto a bere di nuovo per primo in un altro gruppo di cinque persone. Il gusto sempre più nauseante, mi siedo su una sedia a aspetto la nuova esperienza. Stavolta ci mette un po’ più del solito ad agire ma la nottata parte subito con il piede sbagliato. La mia vicina scoppia in un sorriso continuo che, anche se all’inizio risultava divertente, ad un certo punto trovo insopportabile. In quel momento vengo proiettato brutalmente in un'altra dimensione con visioni potentissime e colorate ma talmente rapide che vengo travolto da quella energia sentendomi come sulle montagne russe, vomitando, ansimando e cadendo dalla sedia, poi il vuoto. Dopo probabilmente qualche ora, a detta dei compagni di stanza, inizio a tornare nel mondo reale trovandomi sdraiato per terra con polvere dappertutto. All’alba del quarto giorno, molto lentamente, mi riprendo sempre meglio e scoppio in una felicità improvvisa, come se fossi uscito da un tunnel. Vengo a sapere dagli altri che mi sono dimenato nella terra lottando contro qualcosa, calci e pugni. Ho lanciato una sedia e a quel punto si sono tutti allontanati lasciandomi nel mio delirio. Probabilmente ho affrontato uno spirito maligno. In ogni caso questa si rivela l’ultima cerimonia perchè fisicamente è devastante.

Verso sera accompagno la mia amica al terminal dei pullman diretta verso Bogotà e scopriamo , come si temeva, che la strada è completamente bloccata per le proteste degli indigeni nella valle del Cauca. Come già ho raccontato nel post precedente, questa è una regione caratterizzata dalla guerriglia, dalla presenza delle Farc e del narcotraffico, una zona in cui l’esercito ha deciso di intervenire con una massiccia militarizzazione provocando la reazione decisa degli indigeni che non ne possono più e vogliono la pace. Questi ultimi pochi giorni fa hanno smantellato una base militare. Rimango pure io momentaneamente senza possibilità di scelta perché pure la strada principale verso l’Ecuador è chiusa. Tornato a casa dei taita vengo a sapere che esiste una frontiera secondaria da raggiungere tramite una strada sterrata nella foresta.

At six o’ clock in the morning I arrived at the dusty bus station of Mocoa, the capital of the Putumayo region, which borders on Colombian Amazonia and is considered part of it. I was heading for the home of two local Taita (shamans) with a friendly Colombian nurse that I met on the trek to the “Lost City”, to participate in ancient traditional ceremonies of the indigenous culture. In South America, many centres with fake shamans have sprung up, charging tourists high prices, so the authentic places have to be sought with care with help from local contacts.

The city is surrounded by the rainforest and crossed by many rivers in flood because of the rain of the past few days. The taita’s home - a big shack shaded by trees, with an earthen floor, wooden walls and a roof of corrugated iron - is on top of a hill, at the end of a dirt road leading from the last bridge of Mocoa. When we arrived we met one of their wives, a smiling farmer about fifty years old with the physical signs of a life of hard work, and her daughters, to whom we gave some food as an offering. They kindly indicated to us the guest room, which turned out to be the room used for ceremonies, where some very comfortable hammocks awaited us. While we waited for the men to return home, the daughters took us along a wide stream where, although the current was strong, we could have a refreshing dip in the cool water.

Shortly after lunch, while I was walking around the shack between hens and dogs, two old dark-haired charismatic old men came towards me, one of them with some difficulty as he was on crutches. They greeted us in a friendly manner and introduced themselves as taita Juan and taita Amable, two brothers and also the local healers and shamans. We made our acquaintances and then the speeches to prepare us for that night’s ceremony started. This consisted in drinking a herb-based drink, usually called “yagè” or “ayahuasca” while the two shamans called it “ambihuasca” because the word “ambi”, meaning “remedy” or “cure”, is more respectful than “aya”, which means “bitter”. This drink is very powerful and has been used for centuries to cure the spirit and the body - apart from acting on the mind by pushing consciousness to the limit, it also has a cleansing effect, causing vomiting and diarrhoea. Modern science considers it a powerful hallucinogen but for the indigenous people it’s the door to another dimension, giving you a new perspective on yourself or on life and also direct contact with God. While this can lead you to explore forgotten areas of unconsciousness, it can also bring you face to face with any evil spirits tormenting you, so whether the experience turns out to be pleasant or not depends on your purity of spirit.

During the afternoon’s long wait I watched the two healers offer their services to the various villagers who had come to seek remedies different from those of modern medicine. A woman with a swollen eye through which she hadn’t been able to see properly for a month tried being cured with a herb-based ritual. A builder from a nearby town came to ask for help for his sixteen year-old daughter with abrupt changes in behaviour. Others joined for the yagè ceremony. Taita Juan played the guitar and sang indigenous melodies all through the ceremony to give us positive guidance. We listened to people’s experiences, including the taitas talking about their first time, through their parents, when the two taitas were five years old. These people have been drinking the beverage for over sixty years and all show an impressive mental integrity. In the meantime, more people joined the group until there were about ten of us, all Colombians except for me, “el extranjero” (the foreigner) as they called me. They were amused by the fact of having a foreigner among them, only four Europeans had stopped there in decades and their curiosity often meant I was the centre of attention. Anyhow, happiness was in the air as the group waited for this great experience. I was very excited, I had been waiting for that moment for seven years, since I first heard about it from a friend. I had done some research and after reading what some journalist who tried it said, I promised I would try it one day and the strong attraction I clearly felt in the following years had ended up guiding me this far. At this point, two things could happen: it would either turn out to be an enormous farce or an extraordinary experience.

Night finally came, which is when the body rests and the spirit is ready for the new experience. Darkness also fosters evil spirits, making it easier to meet and face them. Taita Juan put on his feathered crown and white cerimonial dress and opened a petrol tank containing a purple liquid, the yagè, which had been prepared before. The men were the first to drink, one at a time, from a coffee cup and of course I was the first to do it. After drinking the liquid we ate a slice of orange in order not to vomit. The taste was indeed disgusting and I felt my stomach rebelling, but the orange saved me in time. Everybody drank, some candles were lit and fifteen minutes later the light was turned off. After just a few more minutes of waiting and concentrating, the drink started taking effect. I slowly started to feel dazed and the shadows of those around me became more and more blurred, as if they were on fire. While struggling against nausea, I closed my eyes and started seeing alternating geometrical shapes darting around faster and faster. Someone started vomiting, someone else started talking, another person lay down – these things annoyed me, so I moved away to concentrate on my experience. I continued to focus on the visions in my eyes until I suddenly grabbed a bucket and vomited. When I had finished I entered a state of great pleasure, feeling extremely happy. I decided to lie on the hammock while the two taitas took turns singing and playing the guitar. The music took me to unimaginable limits, overwhelming me with a sensation of mysticism and happiness and an irrepressible wish to dance – but I limited myself to letting my hands do the dancing. When the music stopped I felt lost, but the taita noticed my state of mind and started playing again. The cock crowing, the dogs barking and the rain rattling on the metal roof charged the atmosphere in the room with an overwhelming energy.

All of a sudden, I felt a stabbing pain in my stomach and ran to the toilet. When I got back to the room and found that the light was now switched on, I was caught off guard. Some people tried talking to me and even though I smiled I couldn’t communicate with them nor understand what they were saying because I was not in their dimension. I went back to the hammock and very slowly came back to reality. The light was switched off again but I couldn’t fall asleep so I started a long conversation with the taita who had been delighting me with music. Between one laugh and another we talked about the experience I had had. Luckily, as I came back to reality even my body was quickly recovering. The group then gathered together with a contagious happiness and discussed the experience without any shame or inhibition, indeed, laughing long and loud while doing so.

The second day I rested and listened to the many interesting stories the taitas told us, learning more about their culture by watching the coming and going of patients from the village. With wisdom and simplicity they passed on their knowledge which comes from the only university everybody should attend: the university of the forest. The taitas offered to teach me everything they knew if I decided to move to their place. Meanwhile, after fully recovering from the first ceremony, I decided to participate in a second one because they say that with experience higher levels can be reached.

So, feeling very self confident, on the third night, in a group of five I was once again the first to drink. The taste was even more nauseating, I sat on a chair and waited for this new experience. This time the effect took longer to take effect and the night didn’t start well: the girl sitting next to me just couldn’t stop giggling and even though this was funny at the beginning, after a while it became unbearable. At that very moment I was thrown into another dimension with extremely powerful, colourful and fast-changing visions, so intense that I felt as if I was on a rollercoaster: I vomited, panted, fell off the floor and then... darkness. After a few hours – according to the others in the room – I started coming back to reality and found myself lying on the ground covered in dust. On the fourth day at dawn, I slowly started feeling better and better and felt very happy, as if I was coming out of a tunnel. The others told me that I tossed and turned as if fighting against something, kicking and punching. I also threw a chair and at that point they all backed away from me and left me to my delirium. I was probably fighting against some evil spirit. Anyway this was my last ceremony because it had been phsycally devastating.

In the evening I went with my friend to the terminal for buses heading to Bogotà and found out, as we had feared, that the road was completely blocked by the indigenous people of the Cauca valley who were protesting. As I wrote in the previous post, this region is has guerrilla warfare, the FARC and drug dealing. This area was heavily militarized causing the locals’ strong reaction because they’ve had enough of the situation and want peace. In the last few days they took a military base to pieces. I was left with no choice because even the main road to Ecuador was off limits. I went back to the taitas’ house where I learned that the border could be reached by another dirt road through the forest.




mercoledì 18 luglio 2012

17/07/2012 La doppia faccia colombiana / The two faces of Colombia


Secondo le statistiche la Colombia ha una media di 3 cellulari rubati ogni minuto. Le autorità riportano che ogni mese avvengono 140.000 furti di questo genere. Ma ciò che impressiona maggiormente è che il furto troppo frequentemente si conclude in omicidio se si oppone resistenza. Una cruda violenza cittadina che spaventa la propria gente che chiede maggiore attenzione nella sicurezza e nell’educazione al proprio governo. La maggior parte del denaro pubblico è utilizzato per l’esercito a discapito di molti altri settori tra cui l’istruzione che potrebbe rivelarsi la carta adatta a salvare i giovani colombiani dalla malavita. Bogotà è il fulcro di questa criminalità organizzata da bande di ragazzini provenienti dalle baraccopoli ai margini della città. Di primo mattino una gentile signora colombiana, che si è interessata alla mia esperienza fornendomi utili informazioni sul suo paese, mi ha informato che pochi giorni fa suo cugino è stato assassinato durante il furto del suo smartphone.

Pensieroso sulle violente vicissitudini colombiane ho deciso di passeggiare per le strade di Bogotà, sotto la solita pioggerella giornaliera , percorrendo vie casuali con una profonda lente di osservazione alla ricerca di qualcosa che mi potesse sorprendere. Passo dopo passo mi sono sempre più convinto della somiglianza con Berlino per i suoi cupi palazzi abbandonati e fatiscenti o i numerosi graffiti che cercano di rivitalizzare, attraverso la vivacità dei colori, le sue grigie vie. In questa città si sta sviluppando una vera e grezza cultura underground che non ha niente a che vedere con quella modaiola che si è sviluppata in Europa. Nel bel mezzo del cammino passo di fronte ad un giornalaio e noto, in primo piano su un quotidiano locale, un immagine di un soldato armato di fronte ad un gruppo di indigeni con il titolo: “Tensione nel Cauca”. Curioso della vicenda compro il quotidiano e mi fermo in una caffetteria, a gustare il buonissimo caffè colombiano, e a leggere.

Il Cauca è un regione montuosa meridionale colombiana di difficile accesso. Povera e sottosviluppata per la negligenza dello stato nei decenni scorsi. A causa di ciò si è rivelata una località adatta allo sviluppo del narcotraffico e alla locazione dei guerriglieri delle Farc. Il governo ha deciso ultimamente di aumentare il contingente militare nella regione, ma le popolazioni indigene si sono ribellate a tutto ciò. La scorsa settimana hanno smantellato un intera base militare passando dalle parole all’azione. Loro vogliono la pace nella loro terra e chiedono ai militari e ai guerriglieri di andarsene. Il governo si trova in una posizione scomoda perché non ha nessuna intenzione di evacuare la regione ma d’altro canto dopo tutti questi anni di disinteresse nei confronti delle problematiche del Cauca non ha la situazione sotto controllo. Per convincere le popolazioni locali ha presentato un progetto di sviluppo di attività commerciali per creare nuovi posti di lavoro, ma non gode della loro fiducia e questo non basta per ora.

Purtroppo questo paese è fortemente condizionato da problematiche legate al narcotraffico, alle Farc, a microcriminalità e alla negligenza del governo. I media si interessano quotidianamente di questi temi e naturalmente nel mondo arrivano solo messaggi negativi legati all’immagine della Colombia. Io voglio parlavi anche di qualcos’altro, di una faccia della medaglia che sto scoprendo giorno dopo giorno grazie alla sua gente e alle sue meraviglie naturalistiche. La Colombia è un paradiso terrestre, gode di paesaggi di una bellezza impressionante. Ricca di verde tra alte montagne, parchi naturali e foreste pluviali che ci vuole almeno un anno per scoprirle tutte. Bagnata dal Mare Caraibico, a nord, e dall’Oceano Pacifico, a ovest, gode di centinaia di chilometri di costa di cui la maggior parte desertica per le difficoltà di accesso. Poi la sua affascinante storia indigena precolombiana con il mito di “El Dorado” e i ricchi tesori ereditati dai suoi popoli. La rara bellezza del quartiere coloniale di Cartagena, la più suggestiva città visitata in questi nove mesi. L’arte contemporanea con le grasse sculture di Botero e la sua calorosa cultura che grazie ai suoi allegri balli di coppia vi scalderà il cuore. Questo paese è un gioiello da scoprire, si tratta solo di superare i troppi pregiudizi e affrontarlo evitando zone più pericolose di altre. Soprattutto le città sono particolarmente pericolose, al di fuori di esse ci sono regioni che vivono in pace e armonia. Dopo tutto quante volte capita a noi italiani di incontrare stranieri in viaggio che appena sentono nominare la nostra amata terra pensano a pizza, spaghetti e mafia. Sappiamo benissimo che il nostro paese è ben altro e più conosco il mondo più mi rendo conto delle straordinaria bellezza paesaggistica della madrepatria Italia.


According to the statistics, three mobile phones are stolen in Colombia every minute. The authorities report that every month there are 140,000 such thefts, but what impresses most is that the theft often ends with murder, if resistance is offered. This crude urban violence frightens Colombians, who want more security and education from their government. Most public money is invested in the army which leaves less for many other fields, such as education, which could be a solution to keep young Colombians away from criminal activities. Bogotà is the centre of organized crime, with its gangs of youngsters who come from the slums on the outskirts of the city. Early in the morning, a kind Colombian lady who was interested in my experience and gave me useful information about the country told me that her cousin had been murdered just days before while his smartphone was being stolen.

I walked along the roads of Bogotà, under the usual daily rain, thinking about the violent Colombian vicissitudes and carefully keeping my eyes open for any dodgy situations. Step after step, I became more and more convinced of the similarity between Berlin and here - the gloomy, abandoned run-down buildings or the colourful graffiti that try to revitalize the grey streets. A raw underground culture, very different from the European one, is developing in Bogotà. In the middle of my walk I passed a newsagent’s and I noticed the front page of a local newspaper: a picture of an armed soldier in front of a group of indigenous people and the title “Tension in Cauca”. I wanted to know more so bought the paper and sat down at a bar to read it and have a cup of excellent Colombian coffee.

Cauca is a mountain region in southern Colombia which is difficult to access. It is poor and underdeveloped because of the governments’ negligence in the past decades. This has made it a most suitable area for the development of drug trafficking and also made the area a base for Farc guerrillas. The Colombian government recently increased its military presence in the area but the indigenous people rebelled: last week they took an entire military base to pieces. They want peace in their land and want the military and the guerrillas to leave. The government finds itself in a difficult position because it has no intention of leaving the area but at the same time, after so many years of paying little or no interest to the problems in the Cauca, it doesn’t have the situation under control. In order to convince the local population, it presented a project to develop commercial activity and create new jobs, but the locals don’t trust the government and at the moment it’s just not enough.

Unfortunately this country is greatly conditioned by drug trafficking, the FARC, petty crime and government negligence. The media talk about these things every day and so of course only the negative aspects of the country reach the world. I would like to talk about the other side of the country, of the people and natural wonders that I’m discovering day after day. Colombia is an earthly paradise and has incredibly beautiful landscapes. It would take a year to explore the high mountains, natural parks and rainforests. In the North, Colombia has the Caribbean and in the West, the Pacific, it has hundreds of kilometres of coast, most of which are deserted because they are difficult to reach. Its indigenous history, the myth of “El Dorado” and the treasures inherited by its peoples add to the fascination of the country. Then there is the beautiful colonial area of Cartagena, the most charming city I’ve visited in the past nine months. Contemporary art with Botero’s fat sculptures and the spirit of the local culture with its happy dances will warm your heart. This country is a jewel to be discovered, you just have to overcome the many prejudices and avoid the most dangerous areas, the cities in particular, as in the countryside there are places where people live in peace and harmony. After all, how many times do we Italians meet travelling foreigners who think “pizza, spaghetti and mafia” as soon as they hear us mention Italy? We know very well that there’s much more to our country than that and the more I see of the world the more I become aware of Italy’s extraordinary beauty.



lunedì 9 luglio 2012

07/07/2012 Alla scoperta della "Città Perduta" / Exploring the "Lost City"


Sbarcato in Colombia mi sono subito messo alla ricerca di qualche avventura nella natura selvaggia di questo continente. Tutti i suggerimenti mi hanno indirizzato verso il trekking per la città perduta tra le montagne del massiccio costiero più alto del mondo, Sierra Nevada de Santa Marta (5.000m). Questo cammino non è percorribile in solitaria ma solo attraverso ad agenzie locali che hanno i permessi dalle organizzazioni del governo, degli indigeni e degli abitanti della zona. Quindi mi sono aggregato ad un gruppo di escursionisti internazionali e devo ammettere che dopo tutto questo tempo in solitaria ho apprezzato un po’ di compagnia. In ogni  caso durante il tragitto ognuno manteneva il suo ritmo personale e la maggior parte l’ho percorso in solitaria godendomi il silenzio e i rumori della natura. 5 giorni di cammino per raggiungere la città perduta e tornare percorrendo in tutto quasi 50 chilometri.

La prima giornata non ha regalato particolari sensazioni, si iniziano ad attraversare i primi quieti ruscelli e si sale attraverso colline che mostrano la ricca vegetazione del parco naturale. Un gran calore e tanto sudore dovuti al clima umido della foresta che è condizionato da mattinate soleggiate e pomeriggi piovosi. La notte è chiara per la luna piena, nonostante le nubi cerchino di oscurare il suo splendore, e, quando gli altri si sono ritanati tutti nell’amaca a dormire, io mi sono goduto un’oretta ad osservare la foresta illuminata affascinato dal suo richiamo.

Il giorno seguente risveglio all’alba e un compagno colombiano mi mostra un particolare fiore bianco che cresce capovolto. Si chiama borrachero, meglio noto come stramonio o pianta del diavolo, contiene la scopolamina e se fatto seccare e bevuto in una tisana si trasforma in una droga potentissima che porta a stati di delirio e allucinazioni forti arrivando a creare amnesia. Può anche diventare mortale se utilizzato in dosi eccessive. In Colombia e in altri paesi viene anche utilizzato per compiere rapine, lo si introduce nel bicchiere della vittima causandogli un alterazione di coscienza che lo porta a compiere atti incontrollati e può essere convinto a consegnare denaro, carta di credito e codici vari.

Dopo la lezione sul fiore magico si torna in cammino tra sali e scendi finchè ci fermiamo nei pressi di un villaggio indigeno, Mutanyi, recintato con il filo spinato in cui è proibito l’ingresso. Le case rotonde, hanno un pavimento in terra battuta, le pareti di legno e il tetto di paglia. Si notano diverse piante di coca che gli indigeni masticano da millenni mischiando le sue foglie con  calce, o conchiglie marine bruciate, per separare l’alcaloide attivo dalla foglia, attraverso uno strumento di legno a forma di pera chiamato poporo per alleviare la fame e la stanchezza. Gli indigeni, raggiunti i diciotto anni, trascorrono 4 giorni senza dormire con il mamo (sciamano) con cui si confessano. Il mamo, per sapere se dicono la verità, prepara una bacinella d’acqua ponendole all’interno del quarzo che creerà delle bollicine. In base al verso in cui girano le bollicine sa se il giovane sta mentendo o no, se girano a destra sta dicendo la verità se no sta mentendo e prosegue la confessione. Al termine riceve il poporo e una donna a scelta del mamo. Nel villaggio gli indigeni non si mostrano facilmente, solo i bambini ci corrono incontro curiosi. Tuttavia lungo il percorso si ha modo di incontrarli più volte armati di machete per la legna o fucile per la caccia. Sono caratterialmente schivi e riservati, raramente si lasciano fotografare. Il loro viso è un misto tra etnie sudamericane e asiatiche. Hanno vestiti lunghi bianchi di stoffa e stivali. Hanno una lingua personale e alcuni conoscono anche lo spagnolo anche per via della collaborazione con gli accampamenti per turisti nell’area.

Poco prima di arrivare al secondo accampamento ci godiamo una pausa con un bagno in un delizioso e fresco torrente e mi accorgo che nell’ultimo bagno in un ruscello le mie caviglie sono state divorate da un gruppo di flebotomi – ho contato una cinquantina di morsi per caviglia e nei giorni seguenti erano entrambe gonfie perché hanno avuto una reazione infiammatoria. Una volta a destinazione notiamo un gruppo di militari che ha terminato il turno di guardia di 3 mesi alla città perduta e sta tornando verso il centro abitato. Armati fino ai denti tanto da essere inquietanti, ma poi si lasciano andare e socializzano con noi. Ci raccontano che fino a dieci anni fa questa era un’area del narcotraffico e si era sviluppato il narcoturismo. Gli accampamenti dove abbiamo dormito erano per turisti che venivano ad imparare a preparare la cocaina. Ma con l’intervento militare il parco fu ripulito e si sviluppò l’ecoturismo di questi giorni.

La terza giornata rappresenta l’ingresso nella vera jungla selvaggia, come mai l’avevo incontrata, e verdissima per via della sua umidità. Mentre la percorrevo tra tratti di fanghiglia e scivolose pietre umide avvertivo un’energia così straordinaria che la camminata aumentava di ritmo senza più avvertire la fatica. L’ultimo tratto, risalendo un torrente, ha assunto uno scenario favolosamente grezzo. Si attraversano immensi tronchi, che sbarrano la via tra le rocce in cui si infrangono graziose cascate. Ed ecco quello stato d’animo che solo Madre Natura sa donarti quando ti mostra la sua profonda essenza e bellezza. Pace interiore e serenità assoluta, come se non ci fosse bisogno di null’altro per vivere. Sentirsi all’origine e alla fine, del misterioso viaggio chiamato “vita”, allo stesso tempo.

Ed ecco il quarto e grande giorno, la città perduta dista solo un chilometro. Si prosegue lungo il torrente ed inizia una lunga scalinata scivolosa di circa 1300 scalini. Le prime rovine sono le basi rotonde, formate da pietre tagliate da un tipo di roccia chiamato metamorfosi, di alcune case. Continuano gli scalini finchè si raggiunge la cima della città collocata su una montagna al centro di una valle con un panorama favoloso. Il popolo Tayrona ha abitato questo luogo per un millennio fino al 1600. La guerra con gli spagnoli, che non raggiunsero mai la città, e a causa di malattie si estinsero abbandonando un immensa ricchezza di oro e quarzo fino al 1974 quando un cacciatore colombiano per caso scoprì il tesoro per cui poi venne assassinato. Si trattava di una popolazione indigena che seguiva gli insegnamenti di uno sciamano, gli dei venivano rappresentati tramite rappresentazioni di animali e i vestiti creati da pellicce animali.

Terminata la visita ho intrapreso la via lunga via del ritorno. Due giorni di cammino, 23 chilometri, affrontando una fitta pioggia e momenti di estremo calore solare. Galvanizzato dall’atmosfera della jungla ho percorso tutto il cammino in solitaria ad un ritmo elevato godendo di altri bagni nei torrenti ma soprattutto di un infinità di energia naturale. Ho incontrato un gruppo di bambini indigeni che mi osservavano lontani curiosi ma allo stesso tempo timidi. All’improvviso li ho sorpresi raggiungendoli di corsa e anche loro, divertiti, hanno iniziato a correre. La fatica era qualcosa che apparteneva ad un altro mondo in quel momento c’era la jungla, io e gli indigeni. Uno si è arreso dopo un breve tratto ma il suo compagno ha continuato a correre sorridente con me per un po’. Quando abbiamo rallentato riprendendo la camminata si è aperto e abbiamo iniziato una conversazione con le poche parole che lui conosceva di spagnolo. Si chiamava Besinte, aveva nove anni e stava raggiungendo un accampamento per ricevere il suo primo machete.

Verso sera torno alla civiltà, do un’occhiata ai quotidiani italiani concentrati su temi come il Pil, l’Imu, l’eurogruppo, un’unione bancaria e lo scudo antispread. Oltre ad avvertire una forte nausea, mi convinco sempre di più su quanto l’uomo sia regredito. Le popolazioni indigene vanno protette perché rappresentano
la specie umana più evoluta.

After landing in Colombia I immediately started looking for adventure in the wild nature of this continent. All the advice I had received made me decide to hike to the “Lost City”, located in the highest coast mountain range of the world, Sierra Nevada de Santa Marta (5000m). This trek can’t be done solo, but only through local agencies that have permits from organisations of the government, the indigenous people and the inhabitants of the area. So I joined an international group of hikers and I must say that after all the time spent alone I enjoyed a bit of company. Still, while hiking, everybody went at their own pace and I walked most of the trail alone enjoying the silence and sounds of nature. I walked for five days to reach and return from the “Lost City”, for a total of almost fifty kilometres.

The first day wasn’t all that special, as we crossed the first quiet streams and climbed the lush hills in this natural park. The sunny mornings and rainy afternoons meant the was air very hot and humid and made us sweat a lot. At night the full moon illuminated the surroundings, despite clouds trying to cover its beauty and when everybody had gone to sleep I stayed up for another hour, mesmerised by the moonlit forest.

The next day I woke at dawn and a Colombian trekker showed me a particular white flower that grows upside down. The flower is called “Borrachero”, better known as thorn-apple, and contains scopolamine. If dried and drunk  in an infusion it becomes a very powerful drug that causes temporary madness, hallucinations and sometimes amnesia. If the dose is too high it can even kill. In Colombia and other countries this is also used to rob a person by putting it in the victim’s drink: the victim will end up having an altered state of mind and can be convinced to give up his money, credit card and various access codes.

After being lesson on the magic flower, we carried on hiking until we reached the village of Mutanyi, which is surrounded by barbed wire and entry is forbidden. The round houses have floors made of earth, wooden walls and thatched roofs. Coca plants grow there and the locals have chewed and mixed the leaves with lime or burnt seashells for generations, using a wooden pear-shaped instrument called a “poporo” to extract the active alcaloid whose effect is to alleviate hunger and fatigue. When the local boys turn eighteen they spend four days without sleep with the “mamo” (shaman) who they confess to. The “mamo” knows whether they are telling the truth by preparing a bowl of water and putting in some quartz, which creates bubbles: if the bubbles turn to the right it means that the truth has been told. At the end they receive a “poporo” and a woman chosen by the “mamo”. In the village the locals are not very forward, and only the children come running out of curiosity to see trekkers. All the same, while trekking we did see grown ups armed with machetes for chopping wood or rifles for hunting. They are shy and reserved and rarely allow their photographs to be taken. They look like a mix between South American and Asian ethnic groups and wear boots and long white clothes. They have their own language even though some speak Spanish because they collaborate with the tourist campsites in the area.

Just before reaching the second campsite we had a break and enjoyed a dip in a cool stream. I had noticed the previous time I had done this that my ankles were bitten about fifty times by sandflies and had swollen up due to an inflammatory reaction. On reaching our destination we saw a group of soldiers returning to town after finishing their three-month stint of guarding the “Lost City”. They were armed to the teeth and we felt uneasy but they just wanted to socialize with us. They told us that until ten years ago there had been a lot of drug dealing going on and a drug-based tourism had developed, and the campsites we slept at used by tourists who had come to learn to prepare cocaine. After the army intervened the area was reclaimed and now ecotourism has replaced drug tourism.

The third day we entered the real wild jungle, something I had never seen, really lush thanks to its humidity. As I walked through mud and over slippery stones I felt such an extraordinary energy that I speeded up my pace without becoming tired. By the time we got to the last part of the trail that went up a torrent, the landscape had become very primal. We went over huge tree trunks that blocked the rocks on which waterfalls crash. And this is when you feel the way only Mother Nature can make you feel when she shows her profound essence and beauty: interior peace and absolute serenity, as if nothing else was needed to live, making you feel both at the beginning and the end of this mysterious journey called life.

Then, finally, the fourth great day with the “Lost City”  only a kilometre away. We continued along the torrent and made it to a long slippery stairway of about 1300 steps. The first ruins are the round-shaped foundations in metamorphic rock of some buildings. Carrying on up the steps led us to the top of the city on a mountain in the centre of a valley with tremendous views. The Tayrona people lived here for a thousand years, until the seventeenth century. They were an indigenous population led by a shaman, their gods were represented with animal symbols and their clothes made from animal hides. The Tayrona were wiped out by diseases and the war against the Spanish (who never made it as far as the city), but they left an enormous wealth of gold and quartz. This treasure was discovered by chance in 1974 by a Colombian hunter who was then murdered.

Once we finished our visit, I started making my way back. It was a two-day walk under downpours and extreme heat, walking fast and alone, galvanized by the atmosphere of the jungle, enjoying more dips in streams and feeling the endless energy of nature. I saw a group of shy indigenous children looking at me with curiosity from a distance. I surprised them by suddenly running towards them: amused, they started running as well. I had no perception of physical exertion - at that moment there was only the jungle, the indigenous people and myself. One of the children stopped running after a short time but his friend kept running with me for a while, smiling. When we slowed down to a walk again, we started a conversation even though he knew just a few words of Spanish. His name was Besinte, he was nine years old and on his way to a camp to receive his first machete.

In the evening I returned to civilization, checked out some Italian news websites talking about GDP, Property Tax, Eurogroup, banking union and anti-spread shield. I feel nauseated and I’m even more convinced that mankind has regressed. The indigenous peoples must be protected as they are the last evolved human species.