528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

lunedì 27 agosto 2012

25/08/2012 A spasso nella sacra valle Inca / A walk in the sacred valley of the Incas


Sveglia alle 7.30, ma come al solito alle 6 son già sveglio. L’ideale per iniziare una giornata di esplorazione nella sacra valle Inca, disorganizzato e armato di voglia di camminare, e uscire per la città ancora piuttosto deserta. Le fredde panchine delle piazze di Cusco sono occupate da senzatetto addormentati, l’aria è già irrespirabile per i pochi veicoli che transitano. In Perù si utilizza il tipo di carburante più nocivo al mondo. Le poche persone che incontro, tutte peruviane, o stanno andando a lavoro o sono ancora in giro dopo un venerdì notte estremamente alcolico, facilmente visibile dalla storta camminata. Sulle mura della città osservo alcuni poster di sanguinose corride e di stupidi combattimenti tra galli. Arrivo al terminal degli autobus e salgo al volo su uno in partenza, entro e mi trovo in uno di quei mezzi che adoro, sporco e trasandato ma affollato di indigeni e le donne, sempre elegantissime, indossano calze e maglia di lana, una gonna e il marrone cappello tradizionale da cui spuntano le lunghe treccine che si annodano sopra al fondoschiena. Si parte!

Dopo una quarantina di chilometri, al costo di 4 soles (1.25 euro), vengo scaricato nell’intersezione da cui parte una strada verso i villaggi di Maras e Moray. Incontro alcuni taxisti che cercano di convincermi a salire sui loro mezzi ma, quando leggo che il primo dista 4 chilometri e il secondo 12, decido di incamminarmi. Un taxista , insiste e mi racconta che la strada è pericolosa perché recentemente 4 francesi sono stati rapinati, cerca pure di fare pressione sul fatto che si sta per mettere a piovere. La storia dei francesi mi sembra una farsa e la pioggia non è assolutamente un problema, così lo saluto e proseguo. Mezzora e mi trovo a Maras, un povero e pittoresco comune color terra perché le mura delle case sono tutte in adobe –un impasto di argilla, sabbia e paglia essiccato al sole. Le strade sono affollate da branchi di asini e da greggi di vacche e pecore che spesso e volentieri le riempiono di letame. La popolazione è indigena, soprattutto anziani e bambini, e vive la quotidianità ad un ritmo così rilassante da essere contagioso. Chiedo indicazioni per Moray ad un vecchio sorridente con dei gran baffoni che gentilmente mi dice di proseguire per la via in cui camminavo.

Esco da Maras e ritrovo la valle, da una parte la strada per le macchine e dritto una stradina che attraversa i giallissimi campi di mais. Passeggio allegramente osservando i panorami con montagne e cime innevate tra i 4000m e i 5000m sullo sfondo. Incontro altri branchi di maiali neri e pecore guidati da bambini e cani. Come cornice al mio sentiero una serie di piante grasse di aloe e alcuni canali per l’acqua proveniente dai monti. Inizia a piovere, indosso la mantellina e proseguo spensierato fino a Moray.

Al mio arrivo smette di piovere, mi invitano a fare il biglietto a 10 soles (3 euro) e mi avvio verso il punto panoramico. Ed ecco una meravigliosa mistica serie di terrazze rotonde e concentriche scavate nel terreno che ricordano i cerchi nel grano. Si tratta di una sperimentazione agricola in cui ogni terrazza gode di un microclima diverso sia per temperatura sia per esposizione al sole. Ci sono molti enigmi su questo sito che alcuni definiscono un anfiteatro, ma le strutture sono tipicamente Inca e dovrebbero appartenere a loro. Scendo nella terrazza più profonda per godere del silenzio che riporta in vita la magia di questo luogo. Purtroppo, pochi minuti, e arrivano gruppi di turisti chiassosi in massa. Si parlano urlando da una terrazza all’altra oppure direttamente dal punto panoramico a dove mi trovo io, che sono ben 50 metri di distanza, spezzando la magia dell’atmosfera che avevo incontrato. Così me ne vado lasciando spazio a questi ignoranti.

Ritorno sulla via per Maras riattraversando i campi nuovamente sotto la pioggia. Una volta a destinazione chiedo consigli a dei contadini che mi indicano la strada verso le saline che dista qualche chilometro fuori dal centro. Attraverso la piazza principale che è un cantiere aperto, l’unica zona della città che sta per essere ammodernata per via del turismo in sviluppo. Incontro nuovamente una stradina sterrata che attraversa altri campi e scende verso un piccolo canyon. Cammino e cammino fino a quando noto in lontananza delle bellissime saline bianche formate da una moltitudine di piccole vasche una a fianco all’altra. Pago l’entrata con 7 soles (2.20 euro) e passeggio tra le vasche di dimensioni 4 metri quadri e profonde 30 cm circa. Fin dai tempi Inca il sale veniva ottenuto dall’evaporazione dell’acqua salata proveniente da una sorgente a monte. L’acqua è accuratamente incanalata in un ampia rete di canali che la trasportano nelle varie vasche gradualmente dove, sotto l’azione dei raggi solari, avviene l’evaporazione la raccolta del sale da parti dei “contadini”. Raggiungo l’ultima vasca e, in solitudine, ne approfitto per fare un gustoso spuntino con pane, formaggio e banane. 
A stomaco pieno non sono intenzionato a tornare indietro e decido di proseguire a fondo valle senza avere la minima idea di dove sto andando. Sono sereno e spensierato, sento dalla mia parte due fattori fondamentali per la felicità, il tempo e la libertà. Termino di scendere e arrivo davanti ad un grande fiume largo 20 metri, che non può che essere l’Urubamba. L’unico luogo abitato nell’area sembra un villaggio fantasma, tira un forte vento che alza vortici di polvere e sbatte le porte delle case aperte, ma non vedo l’ombra di un essere umano, solo polli e cani randagi. Cammino alla ricerca di un ponte e noto in lontananza una signora indigena, la raggiungo e le chiedo informazioni. Mi consiglia di proseguire e attraversare il prossimo ponte. Finalmente supero il fiume, nell’altra sponda trovo un piccolo centro abitato e vengo guidato su una statale. Senza sapere ancora dove mi trovo, mi sistemo a bordo strada con il pollice alzato. Trascorre mezzora e finalmente un uomo sulla quarantina con sua moglie mi carica su una toyota grigia. Mi accompagna per alcuni chilometri alla città omonima al fiume Urubamba. Mi scarica davanti al terminal per i pullman diretti a Cusco e salgo sul primo mezzo, nuovamente sgangherato, prendendo posto a fianco ad una grassa e sorridente signora indigena. Mi addormento stanco per la trentina di chilometri percorsi e mi risveglio direttamente a destinazione con la signora che mi tira un grezzo spintone.


My alarm clock was set for 7.30, but I was already awake at 6, as usual. This was an ideal start for a day of exploration in the sacred valley of the Incas, leaving the town before it got busy, full of the desire to walk and without being organised. The cold benches in the squares of Cusco were occupied by sleeping homeless people and the air was already unbreathable as a result of the pollution produced by the few vehicles around - in Peru, the most noxious fuel in the world is used. The few people I met were all Peruvians, either going to work or staggering around after a Friday night out drinking. On the city walls I saw posters of bloody bullfights and stupid cockfights. At the bus terminal I took a bus that was just leaving and found myself on one of those vehicles I adore: dirty, rickety, full of locals and wonderful elegant women in woollen socks and jumpers, skirt and the traditional brown hats out of which their long plaits hang down to just above their backsides, where they are tied. Off I went!

After a journey of about forty kilometres costing 4 Soles (€1.25) I was dropped off at a junction from where a road led to the villages of Maras and Moray. Some taxi drivers tried to convince me to take one of their vehicles but when I found that Maras was four kilometres away and Moras twelve, I decided to walk. One taxi driver insisted, tellin me that the road was dangerous and four French people had recently been robbed, even adding that it was about to rain. The story about the French didn’t sound true and rain didn’t bother me, so I said goodbye and went on my way. Half an hour later I reached Maras, a poor but picturesque town whose brownish colour came from its buildings made of adobe bricks, a mixture of clay, sand and straw dried in the sun. On the roads, herds of donkeys, cattle and sheep left the road covered with excrement. Maras’ population is indigenous, with many old men and children who live their daily lives at such a relaxing rythm that it becomes contagious. I asked an old smiling man with a big moustache how to get to Moray and he kindly told me to carry on down the road I was on.

Leaving Maras, I found myself in the valley, with the road for cars on one side and straight ahead a path that crossed bright yellow corn fields. I walked happily, looking at the mountain landscape with its snow-capped peaks between 4000 and 5000 metres in the background. I saw more herds of black pigs and sheep herded by children with dogs. At the sides of the path there were aloe plants and channels filled with water from the mountains. It started to rain, I put on my cape and carried on walking light-heartedly towards Moray.

It stopped raining on my arrival. I was invited to purchase an entry ticket for 10 Soles (€3), then I walked to the panoramic spot. Before me, dug into the ground,  lay a marvellous, mystical series of concentric circular terraces (photo 1) similar to crop circles. This is a agricultural experiment where every terrace has a different microclimate with a different temperature and sun exposure. There are many enigmas concerning this site that some people consider an amphitheatre but the structures are typically Inca so were probably built by them. I walked down to the deepest terrace to enjoy the silence that brings the magic of the place to life. Unfortunately, groups of noisy tourists arrived a few minutes later. Shouting to each other from one terrace to another or directly from the panoramic spot to where I was, a good fifty metres away, they were ruining the magic of the atmosphere so off I went, leaving the place to those ignorant people.

I got back on the road to Maras by crossing the fields, once again under the rain. Once there, I asked some local farmers for directions and they pointed to a road leading to the salt pans a few kilometres from the town centre. I crossed the main square, an open construction site, the only one in a town which is about to modernise in response to increasing tourism. I came to another dirt track crossing more fields and went down towards a small canyon. I walked on and on until I spotted some beautiful white salt pans (photo 2) in the distance, a multitude of tiny basins. I paid 7 Soles (€2.20) to enter the site and walked along the basins which have a surface of four square-metres and are thirty centimetres deep. Since the days of the Incas, salt has been obtained by evaporating water from springs on higher ground. The water is carefully and gradually conveyd by a network of channels to the basins where the sun evaporates it, leaving the salt to be collected by “farmers”.  On reaching the last basin, I had a tasty snack in solitude of bread, cheese and bananas.

I didn’t want to go back with a full belly, so decided to continue to the bottom of the valley, with no idea of where I was heading. I was serene and light-hearted and felt that two fundamental factors for happiness, time and freedom, were on my side. When I got to the bottom I found a twenty-metre wide river that could only be the Urubamba. The only inhabited place in the area looked like a ghost town, strong gusts of wind raised vortexes of sand and made the entrance doors of the open houses slam. I saw nobody around, just chickens and stray dogs. I walked in search of a bridge and saw an indigenous woman in the distance so I walked up to her and asked for information. She suggested that I carried on and cross over at the next bridge. I finally crossed the river and on the other side I found a tiny settlement and then made it to the main road. Without knowing where I was I stood at the roadside and waited with my thumb raised. After half an hour, a man in his forties with his wife gave me a lift in their grey Toyota for the few kilometres to Urubamba, the town with the same name as the river. They left me in front of the terminal for buses heading to Cusco and I took the first one available, another rickety one, sitting down next to a fat smiling indigenous lady. I fell asleep, tired after walking for thirty-odd kilometres and woke up at my destination when the woman gave me a rough shove.


giovedì 16 agosto 2012

14/08/2012 Laguna Churup

Finalmente un’altra meravigliosa giornata di trekking alle porte. Stavolta lo scenario è secondo nel mondo solo all’ Himalaya. Si tratta della Cordillera Blanca, una imponente catena montuosa, situata al centro del Perù e sulle Ande, con 16 vette oltre i 6000m e altre 17 oltre i 5.500. Da Huaraz, cittadina ai piedi delle montagne, mi sono incamminato alla ricerca di un bus collettivo assieme ad una coppia, lui inglese e lei ungherese, e due gemelle inglesi incontrati in ostello. Siamo diretti a Llupa, villaggio indigeno situato a 3.700 m, da cui iniziare il trekking verso la laguna di Churup.

Arrivati a destinazione incontriamo gli abitanti indigeni, come al solito sorridenti. Nel primo tratto, non particolarmente difficile, gli altri rimangono indietro così, dopo varie attese, li informo che proseguo in solitaria, anche perché dopo il tragitto sarà particolarmente in dislivello. Parto deciso, il paesaggio appare arido, ma non mancano i corsi d’acqua provenienti dalle montagne. Si incontrano pastori e contadini, semplici abitazioni e piccole fattorie con vacche, pecore, asini, maiali e galline. Raggiungo l’entrata nel parco nazionale Huascaran, osservando la varie vette innevate come sfondo. Inizia il tratto più difficile su un sentiero roccioso, l’altitudine inizia a farsi sentire perché si superano i 4000m.

Dopo qualche ora arrivo in un campo piano, riparato dal vento, dove incontro alcune vacche. Nelle vicinanze scorre un ruscello su una parete rocciosa decisamente pendente. Perdo il sentiero e decido di scalare la parete improvvisando un arrampicata libera – forse in questo momento un compagno sarebbe stato adeguato. Continuo a salire, eccitato dal percorso, e avverto la laguna vicina.
Così dopo quasi 4 ore ecco questa meravigliosa e trasparente laguna ai piedi della vetta del omonimo monte innevato Churup (5400m). Osservo l’area e cerco la roccia migliore per godermi questo spettacolare panorama di fronte alla vetta. Mi arrampico ancora qualche metro ed ecco la roccia perfetta su cui sedersi e godere per un’ora e mezza di questo dono della natura. Sono incantato da tanta bellezza (video) e non ho parole per descrivere come mi sento. Prima di riprendere la camminata, decido di ascoltare la canzone che mi accompagna in quasi tutte le vette raggiunte: “Starway to Heaven” Led Zeppelin. La ciliegina sulla torta che mi fa esplodere di gioia, talmente che scorre qualche lacrima sul mio viso sorridente. Tanti ricordi straordinari in questi 10 mesi che non trovo più limite alla mia felicità e gratitudine per ciò che sto vivendo. La Terra è il vero paradiso a cui i fedeli di diverse religioni ambiscono, la gente se ne deve rendere conto e soprattutto deve rispettarla.

Ora inizia la discesa, qualche minuto ed ecco la coppia che sta arrivando al traguardo. Li saluto in lontananza e quando gli dico da quanto tempo sono la sopra mi dicono che sono pazzo. Intanto mi accorgo che le gemelle si sono arrese da tempo e son tornate a valle. Per affrontare la ripida parete rocciosa trovo un ‘altra via e, stavolta, anche delle corde d’acciaio con cui scendere in sicurezza. Volo letteralmente sulle ali dell’entusiasmo, trasportato dal mio mp3, ballando e cantando mentre saltello su una roccia e l’altra sentendomi leggero come una piuma. Arrivo all’ingresso del parco e li si trovano vari mezzi, ma sono troppo euforico per fermarmi cosi mi viene un’altra delle mie geniali idee: tornare a piedi direttamente a Huaraz. Ho voglia di godere di qualche altro caloroso sorriso indigeno e di osservare il lento scorrere della loro vita quotidiana. Incontro diversi anziani con uno sguardo da cornice, il loro sorriso sdentato vale più di ogni altro sorriso occidentale falso con i denti perfetti. Proseguo salutando chiunque incontro e venendo sempre ricambiato. Poi arrivo all’asfalto, al traffico e allo smog, ma non sarà di certo questo a fermarmi e cammino fino a raggiungere l’ostello dopo ben 40 chilometri percorsi in 8 ore con i piedi devastati ma un’umore immensamente felice. Grazie Madre Natura.
Another great day of hiking was at last about to start, this time in scenery second only to the Himalayas: the Cordillera Blanca. This massive mountain range, part of the Andes, lies in the middle of Peru and has sixteen peaks over 6000m and another seventeen over 5500m. From Huaraz, a town at the foot of the mountains, I started looking for a bus together with an English-Hungarian couple and two English twin sisters I had met at the hostel. We were heading for Llupa, a village at an altitude of 3700m, where the trek to the Churup lagoon starts.

On reaching our destination, we met the locals, who were smiling as usual. In the first part of the hike, which was not particularly difficult, the others lagged behind so after waiting for them several times, and knowing the trail would become steeper later on, I told them I’d carry on by myself and set off determinedly. The landscape looked arid but there were streams coming down the mountains. I met herdsmen and farmers, saw simple homes and small farms with cows, sheep, donkeys, pigs and hens. I reached the entrance to Huascaran National Park and gazed at the various snow-capped peaks in the background. The hardest part of the trail, which was now on rocks, was about to start and I started feeling the altitude, having gone over 4000 metres.

After a few hours I reached a flat field, sheltered from the wind, where there were some cows. Nearby a stream ran down a steep rock wall. I couldn’t find the path, so decided to climb the wall - maybe at this point having somebody with me would’ve been a good idea. I continued upwards, excited by the route, and feeling that the lagoon was close. After four hours, I finally made it to the wonderful clear-watered lagoon of Churup, at the foot of the 5400m snow-capped mountain of the same name. I looked around for the best rock to sit on and enjoy the spectacular view from the summit, climbed a little more and finally found the perfect one, where I sat and took in this gift of nature for an hour and a half. I was charmed by so much beauty (video) to the point that I have no words to describe how I felt. Before starting to hike again I decided to listen to the song I’ve listened to nearly every time I’ve made it to the top of a mountain, “Stairway to Heaven” by Led Zeppelin. This was the icing on the cake  for me, making me really happy, so happy that a few tears ran down my smiling face. I have many extraordinary memories of these past ten months that I couldn’t be any happier or grateful for what I’m living. Earth is the real paradise that people of different religions are longing for, people have to realise this and, above all, respect her.

Now the way downhill started. After a few minutes there was the couple, coming up to reach their destination. I waved to them from afar and then when I told them how long I had already been there they told me I was crazy. Meanwhile, I saw that the twin sisters had given up and were heading back down the valley. I searched for another way to get down the steep rock wall and found some steel cables to hold onto for a safe descent. Flying on the wings of enthusiasm with my mp3 reader, dancing and singing as I jumped from one rock to another, I felt as light as a feather. At the entrance of the park various forms of transport were waiting but I was too euphoric to stop and had a brainwave: to walk all the way back to Huaraz. I wanted to enjoy some more warm smiles from the local people and witness the slow rythm of their daily lives, and came across several old people whose faces were pictures worth more than the proverbial thousand words and whose toothless smiles were worth far more than any fake Western smile with perfect teeth. I carried on, greeting everyone I met, and being similarly greeted. Then came asphalt, traffic and smog, but it wasn’t enough to stop me and I carried on to the hostel, reaching it after covering forty kilometres in eight hours - my feet were wrecked but my mood was incredibly good.
Thank you Mother Nature.




mercoledì 15 agosto 2012

Pagellino temporaneo Ecuador / Temporary report Ecuador


Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                               :   7
-          Cucina locale                                      :   6
-          Ospitalità della gente                          :   7,5
-          Costo della vita per uno straniero        :   7,5

-          Media Ecuador                                   :    7


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                  :  7
-          Local food                                          :   6
-          Friendliness and hospitality                :   7,5
-          Cost of living for a foreigner              :   7,5

-          Average for Ecuador                          :  7

lunedì 6 agosto 2012

04/08/2012 Vulcano Quilotoa / Volcano Quilotoa


Arrivando al piccolissimo villaggio Quilotoa, che nella lingua locale significa “dente della principessa”, immaginavo di dover scalare il suo vulcano per poter ammirare dalla vetta il suo suggestivo lago nel cratere ma, dopo essere sceso dal pullman e aver attraversato il comune a piedi, ho seguito una stradina sterrata che mi ci ha portato direttamente sul bordo. Questo povero villaggio di indigeni contadini di origine Quechua chiamati Kirutwa  si è sviluppato nei pressi del cratere. Le principali attività turistiche sono gestite in comunità e gli abitanti si alternano nelle loro varie mansioni. La vita locale prosegue a ritmo lento ed è ancora autentica grazie alla semplicità della sua popolazione ma si presume che il turismo, in continuo sviluppo, cambierà fortemente l’immagine di Quilotoa nei prossimi anni.

Stamattina un sole straordinario ha accompaganto il mio risveglio e dopo una breve colazione ho intrapreso un trekking con una coppia di viaggiatori belgi che risiedono nella mia stessa spartana accomodazione a gestione familiare. Lui un biologo che ha vissuto un anno in Ruanda studiando la sua biodiversità e lei ex studentessa che ha appena terminato gli studi, hanno appena iniziato un lungo viaggio, di circa 6 mesi, in Sud America. Al nostro gruppo si è aggregata anche una coppia francese conosciuta ieri mentre bevevamo una birra davanti alla stufa. Siamo diretti verso Chingchuan, un villaggio che dista circa 10 chilometri. Ci incamminiamo lungo il cratere, incantati da panorami spettacolari sul lago e sulla valle attorno. I sentieri hanno molteplici diramazioni e questo rende più complicata l’individuazione della strada giusta. Ci affidiamo dunque alla bussola, consci di dover andare verso nord. Incontriamo contadini indigeni che vivono in delle semplici baracche, con tetto in lamiera ondulata o di paglia e con alcuni animali tra cui vacche, pecore, maiali o bizzarri lama che vedo dal vivo per la prima volta. Chiediamo indicazioni ai contadini ma ci indicano sentieri lontani dall’altra parte della valle.

Dopo alcune ore iniziamo a credere di esserci persi perché sembra di essere in un labirinto, ogni sentiero finisce in un campo di patate o in una fattoria. Inoltre la natura del terreno, caratterizzata da un canyon che attraversa la valle, crea ulteriori difficoltà a causa del continuo saliscendi a cui andiamo incontro. Io e il ragazzo francese saremmo scesi a fondo valle per proseguire lungo il fiume ma il percorso sarebbe stato improvvisato e pericoloso per le sue forti pendenze e gli altri non erano convinti. Così dopo vari sentieri errati abbiamo deciso di tornare verso il cratere affrontando una salita mozzafiato sia per via dell’altitudine che per la superficie sabbiosa.

Affamatissimo, mi sono fermato in un semplice chiosco di legno dove una coppia di abitanti locali vendeva pannocchie di mais e patate con formaggio. Un pranzo ideale per una spesa totale di due dollari. A stomaco pieno decido di scendere al fondo del cratere in solitaria per raggiungere il lago. Una ripida discesa sabbiosa ed eccomi in una piccola e quasi deserta spiaggetta a bordo lago. Temperatura dell’aria e dell’acqua attorno ai dieci gradi ed io, amante dei bagni nei torrenti e nei laghi, senza pensarci due volte decido di tuffarmi rapidamente (video) in questo meraviglioso e verde lago  circondato da un favoloso scenario montano a 4000 metri. Il panorama esterno mi distrae quanto basta per permettermi di avvertire meno il freddo e, mentre cerco di asciugarmi con i vestiti, conosco una simpatica signora Kirutwa vestita con il cappello tradizionale, una coperta di lana rosa avvolta sulle spalle e un lungo gonnellino di lana verde. Si presenta dicendo di chiamarsi Maria e dopo aver provato a vendermi dei braccialetti mi racconta di lei. Vive a mezzora dal villaggio e quando è il suo turno di lavoro viene al cratere a vendere bigiotteria o ad aiutare nella gestione comunitaria dell’ostello sul lago-cratere. Ha quarantaquattro anni ed è madre di cinque figli che vivono e lavorano in altre zone turistiche del paese tra cui Banos, un villaggio immerso nella natura tra cascate, sorgenti termali e un altro meraviglioso vulcano da scalare: la mia prossima tappa.

Ho trascorso alcuni giorni in questa povera regione montana ecuadoriana condividendo viaggi su pullman sgangherati o sui cassoni dei furgoni con la sua popolazione indigena. Ho mangiato le specialità locali nelle loro spartane baracche. Per l’ennesima volta, come con i loro simili sparsi nel mondo, sono stato accolto con gentilezza, semplicità e allegria. Più ho modo di conoscerli e apprezzarli, più mi sento vicino a loro che alla società in cui sono nato. Le popolazioni indigene rappresentano la ricchezza dell’umanità e vanno protette perché preservano tradizioni culturali centenarie. Possono rivelarsi l’univa via di salvezza da una feroce modernizzazione che sta rendendo i continenti sempre più simili e insignificanti.


Arriving in the tiny village of Quilotoa, which in the local language means “tooth of the princess”, I thought I would have to climb the nearby volcano to be able to admire the suggestive lake in the crater from the summit, but after getting off the bus and crossing the village by foot I followed a dirt road that led me directly up to the edge of the volcano.
This tiny village of indigenous farmers of Quechua origin and called Kirutwa developed close to the crater. The main tourist activities are managed by the community and the locals take turns to carry out the different duties. Life is still authentic thanks to the locals’ simplicity and continues at a slow pace but it is assumed that the growth in tourism will have a strong impact on the image of Quilotoa in the next few years.


The next morning I woke to an extraordinary sun and after a quick breakfast I started hiking with a couple of Belgian travellers staying in the same simple family-run accomodation as me. He was a biologist and had lived in Rwanda for a year studying the local biodiversity; she had just finished university. They had just started a six-month-long journey across South America. We were joined by a French couple we met while drinking beer in front of a stove. We were heading for Chingchuan, a village ten kilometres away. We started off along the crater, charmed by the spectacular views of the lake and the surrounding valley. The paths have many ramifications and this made finding the right way complicated so we used a compass, knowing we had to head north. We met indigenous farmers who live in shacks with roofs of corrugated iron or straw and their animals - cows, sheep, and pigs but also bizarre lamas, which I saw for in the flesh the first time. We asked the farmers for directions; they pointed to distant paths on the other side of the valley.

After a few hours we began to think we were lost becaue we felt as if we were in a labyrinth where every path led to a field of potatoes or to a farm. The layout of the land with a canyon crossing the valley made things harder because it meant continuously climbing up then coming down. The French guy and I would’ve gone to the bottom of the valley to follow the river but the way would have been improvised and hazardous because it was very steep and the others weren’t convinced about it. So after taking several wrong turns, we decided to go back to the crater via a climb that winded us both because of the altitude and the sandy ground.

I was very hungry so I stopped at a simple wooden kiosk where a local couple was selling corncobs and potatoes with cheese, an ideal meal for two dollars. With a full belly, I decided to take the steep descent to the bottom of the crater alone to reach a tiny and almost empty beach on the lakeside. The temperature of the air and the water was around ten degrees and since I love bathing in torrents and lakes I didn’t think twice before diving into the marvellous green lake.  The breathtaking surroundings of a 4000-metre mountain landscape distracted me from feeling the cold and as I tried to dry myself with my clothes, I got to know a friendly Kirutwa woman wearing the traditional hat, a red woollen blanket around her shoulders and a long green woollen gown. She said her name was Maria and after trying to sell me bracelets, told me about herself. She lived half an hour away from the village and when it was her turn to work she would come to the crater to sell costume jewellery or help with the communal management of the hostel at the crater lake. She was forty-four and had five children who lived and worked in other tourist places of the area, including Banos, a village set among waterfalls, hotsprings and another fantastic volcano to climb, and also my next stop.

I spent some days in this poor Ecuadorian mountain region, travelled on ramshackle buses or in the back of lorries with local people. I ate local specialities in their spartan shacks. Once again, just like with similar people in other parts of the world, I was welcomed with kindness, simplicity and happiness. The more I get to know them and appreciate them, the more I feel closer to them than to the society I was born in. Local populations are the wealth of mankind and should be protected because they preserve age-old cultural traditions. They may turn out to be the only way to escape the relentless modernization which is making the continents more and more alike and insignificant.