Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. But many new travel projects came and will come. Books, photos and videos of a free life dedicated to the knowledge of the amazing World where we are living.

sabato 6 ottobre 2012

05/10/2012 In bici nel deserto più arido del mondo / On a bicycle in the most arid desert in the world


In pochi giorni ho attraversato vari paesaggi straordinari mai visti in una vita intera. Dalla salina di Uyuni a San Pedro de Atacama si trovano colorate lagune, immensi vulcani, fumanti geyser, alberi di pietra e aridi deserti. Oggi mi trovo nel deserto più secco del mondo, con una piovosità media di 0,08 mm annui il deserto di Atacama presenta paesaggi lunari che sono stati utilizzati per esperimenti simili alle missioni su Marte, dei veicoli spaziali Viking 1 e 2, per individuare forme di vita senza successo. A quanto pare prima del 1971 potrebbe non avere mai avuto nessuna significante caduta di pioggia per ben quattrocento anni. La corrente di Humboldt, una fredda corrente marina che scorre sulle coste pacifiche di Perù e Cile, raffredda l’aria rendendo quasi impossibile la formazione di nuvole.

Poco dopo pranzo sono partito in direzione Valle della Luna con la bici accompagnato da Sophie, una viaggiatrice francese che sta percorrendo in solitaria il Sud America per 7 mesi e si è aggregata a me all’ arrivo a San Pedro de Atacama. Su una strada ben asfaltata abbiamo percorso i primi chilometri fino all’ ingresso della valle godendo di panorami desertici impressionanti appena usciti dal centro abitato di San Pedro. Le temperature massime si avvicinano ai trenta gradi ma l’assenza di umidità rende l’impatto meno pesante. La strada diventa sterrata, a volte sabbiosa o seminata di buche. La prima tappa è una caverna che si sviluppa nei pressi di un canyon. Sophie , quando si accorge che la grotta si abbassa notevolmente costringendoci a camminare piegati sulle ginocchia, decide di tornare indietro perché non se la sente di proseguire con la sola luce del cellulare. Io continuo e mi godo il silenzio e la pace nel pieno dell’oscurità. Un centinaio di metri ed ecco una crepa attraverso la quale trovo un uscita, mi arrampico sulle rocce e torno indietro.
Montiamo in bici e si attraversano nuovi paesaggi tra cui dune o montagne di sale createsi con l’accumulo di sabbia, argilla e sale per essere successivamente modellate dall’ azione del vento. Dopo oltre una decina di chilometri arriviamo a fine percorso dove si trovano “ I Guardiani delle Tre Marie” , si tratta di formazioni rocciose, composte da ghiaia, argilla, sale e quarzo, che hanno circa un milione di anni e, subendo un intenso processo di erosione, sembrano alberi di pietra. Avventurandosi fuori dal tragitto, su una strada particolarmente difficoltosa da percorrere in bici per via dello spigoloso terreno arido, si raggiunge una profonda miniera di enormi cristalli di sale generati dall’ alta pressione e l’ambiente senza umidità. All’ improvviso camminando su una superficie delicata si aprono delle crepe sotto ai miei piedi, spaventato saltello sulle punte allontanandomi prima possibile da quel fragile terreno.
Al ritorno decidiamo di fermarci nel punto panoramico per osservare il tramonto, purtroppo arrivano alcuni pullman di scuole cilene in gita e i ragazzi rumorosi si sistemano su un’affascinante duna. Siamo costretti a camminare lungo una parte delle montagne di sale per trovare un luogo silenzioso e godere di uno straordinario spettacolo a 360 gradi con le Ande e i suoi rossicci vulcani da una parte e la cordigliera della costa dall’ altra. Con il calare del sole le rocce cambiano colore e la luce intensa di questo deserto regala particolari sensazioni. I pensieri volano all’ ormai imminente traguardo del mio primo anno di viaggio consecutivo e quasi mi commuovo. Poi di fretta a pedalare lungo la strada del ritorno con una forte escursione termica e senza illuminazione ma, come sempre, accompagnato da un travolgente entusiasmo dopo una trentina di chilometri nel deserto più arido del mondo.

In a few days I have crossed various extraordinary landscapes unlike anything I have seen before. Between the salt flats of Uyuni and the town of San Pedro de Atacama there are coloured lagoons, immense volcanoes, smoking geysers, stone trees and arid deserts. Today I am in the Atacama, the driest desert in the world with its average annual rainfall of 0.08 mm and lunar landscape. Indeed, experiments have been carried out here similar to those undertaken by the Viking 1 and 2 probes on Mars in their vain search for life there. It also seems that before 1971, there may have been no significant rainfall in the Atacama for four hundred years, thanks to the Humboldt Current, a cold ocean current which flows along the coasts of Peru and Chile, cooling the air and making rainfall unlikely.

Soon after lunch, I got on my bicycle and set off for Moon Valley. Accompanying me was Sophie, a French  traveller on a seven-month solo trip around South America who had joined me on my arrival in San Pedro. For the first few kilometres after the town, as far as the entrance to the valley, the road was good and we enjoyed the impressive desert panoramas. The temperature was around 30 degrees but the air was dry and so it was bearable.  Then the road became unsurfaced, with patches of sand or potholes. Our first stop was near a canyon where there was a cave. We went in, but the roof got lower and lower, forcing us to crouch to move ahead. Sophie soon turned back, not keen on the idea of carrying on only with the light from her mobile phone, but I went on in the silence and peace of the dark. After a hundred or so metres, there was a cleft big enough for me to climb up out onto some rocks and then back to the bikes.
Back on our bikes, we rode through new landscapes of dunes or salt mountains of accumulated sand, clay and salt which had then been modelled by the wind. Another ten kilometres or more and we reached our destination: the Three Maries. These are rock formations of gravel, clay, salt and quartz around a million years old and which have been given the form of stone trees by intense erosion. Off the beaten track, on dry ground which made progress particularly difficult, we reached a deep mine of giant salt crystals formed by high pressure and the dry environment. While I was walking on this delicate surface, all of a sudden cracks appeared beneath my feet, frightening me into tiptoeing off such fragile terrain as fast as possible.
On the way back we stopped off at a viewpoint to watch the sunset. It was our bad luck that a few busloads of boisterous young Chileans on a school trip also turned up, commandeering a great viewpoint and forcing us to look elsewhere for a quiet place. Further along the mountain of salt we found one with a spectacular 360-degree view, with the Andes and their reddish volcanoes on one side and the coastal mountain range on the other.  The rocks change colour in the setting sun while the intense desert light draws out particular sensations, and it was almost moving to think that soon I would have been on the road for a whole year. We then rode back quickly and although we were without lights and the evening air was by now much cooler, I was full of enthusiasm after this thirty-kilometre trip in the most arid desert in the world.

Pagellino temporaneo Bolivia /Temporary report Bolivia


Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                               :   6
-          Cucina locale                                      :   6
-          Ospitalità della gente                          :   8,5
-          Costo della vita per uno straniero        :   9

-          Media Bolivia                                       :    7,375


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                   :  6
-          Local food                                            :   6
-          Friendliness and hospitality                :   8,5
-          Cost of living for a foreigner              :   9

-          Average for Bolivia                            :  7,375

giovedì 27 settembre 2012

Divertenti incontri sul pullman /Bolivian bus companions


In Bolivia ogni spostamento sui pullman è un piacere perché rappresenta il più intenso e vivo contatto culturale. I boliviani sono aperti e socievoli, i viaggi, invece di lunghi monologhi ad osservare la natura, si trasformano in piacevoli conversazioni con particolari confronti culturali. La maggioranza della sua gente è indigena e si mostra simpaticamente curiosa verso lo straniero. Non mi sento mai solo e mi diverto a rispondere alle domande dei compagni di viaggio. I pullman locali sono sporchi e sgangherati ma, come già ho sottolineato in passato, questo tipo di mezzo è ricco di umanità e vitalità.

Pochi giorni fa ho conosciuto Rosalia, una estroversa venditrice di foglie di coca sulla cinquantina d’anni. Curiosa dei miei tatuaggi non si è limitata a farsi condizionare dai pregiudizi, come capita a molte persone nel mio paese, e mi ha domandato il perché della mia scelta. E’ nato un lungo dialogo di diverse ore in cui le spiegavo le mie abitudini quotidiane e lei mi raccontava della sua famiglia. Non concepiva il fatto che non mangio carne ma allo stesso tempo la divertiva molto, era sorpresa che non fossi ancora sposato ma le ho spiegato la differenza tra la mia società e la sua. Rosalia vive a Cochabamba, capoluogo della seconda regione maggior produttrice di foglie di coca tanto che in passato ci furono sanguinosi scontri tra le forze armate antidroga e i narcotrafficanti. Solo pochi giorni fa in uno scontro armato la polizia ha ucciso un ragazzo innocente, alimentando la protesta degli abitanti della regione che da giorni bloccano il traffico sulla statale che collega Cochabamba con la città di Santa Cruz. Il lavoro di Rosalia è il più diffuso nell’area, spesso è costretta a spostarsi verso La Paz per riuscire a guadagnare il minimo indispensabile per mantenere i suoi tre figli. Poco prima di scendere a fine viaggio mi ha offerto da mangiare e poi abbracciato calorosamente augurandomi buona fortuna per la mia esperienza di viaggio.

L’ultimo mio compagno di viaggio era un anziano contadino dell’Amazzonia boliviana che difficoltosamente parlava qualche parola di spagnolo, la sua lingua è il quechua ed ormai si limita a parlare solo quella. Le sue mani gonfie e consumate mi hanno spiegato di lui più di quanto lui stesso potesse fare. E’ riuscito a dirmi che si chiama Reinaldo e, tra un colpo di tosse e l’altro, masticava continuamente foglie di coca. La sua mano destra è stata tutte le quattro ore di viaggio infilata nel sacchetto e immersa tra le foglie. A tratti si addormentava e la mano era sempre ferma nella stessa posizione, la sua bocca spalancata lasciava intravedere alcune foglie masticate che lasciava li per ore ad agire. Mi ha spiegato che sono anni che consuma coca ogni giorno, le utilizza per curarsi da tutti i malesseri che si porta dietro per la sua avanzata età e il duro lavoro di una vita. Mi ha offerto qualche foglia che ho accettato per non offenderlo. Spesso mi raccontava qualcosa di incomprensibile nella sua lingua, sembrava contento di parlare con uno straniero ed io non potevo fare altro che annuire per assecondare la sua felicità.

Oltretutto la Bolivia è il più economico dei paesi sudamericani che ho attraversato, negli spostamenti da 3 a 7 ore non ho mai speso più di 2 euro. Per dormire nelle camerate condivise degli ostelli spendo tra i 2 e i 3 euro. Per mangiare si arriva ad una spesa da 1 a 4 euro. Insomma mi sembra di essere tornato alla convenientissima India, dove si può vivere con 10 euro al giorno. Inoltre la sua gente è gentile e socievole proprio come gli indiani che nei lunghi viaggi in treno mi facevano spesso sentire parte della loro famiglia. Senza dimenticare che in questo piccolo paese si trovano le altissime Ande, il favoloso lago Titicaca, numerosi parchi naturali dell’Amazzonia e deserti di sale. State programmando un viaggio in Sud America ? Non pensateci due volte, venite in Bolivia !

In Bolivia every bus journey is a pleasure because it leads to intense, lively cultural contact. Bolivians are outgoing and sociable, and journeys there, rather than involving long monologues and observations on nature, become pleasant conversations with particular cultural comparisons. Most of the people are indigenous and curious towards foreigners. I never felt alone and had fun answering the questions of my travel mates. The local buses are dirty and rickety, but as I’ve already said before, they are full of humanity and vitality.

A few days ago I met Rosalia, an extrovert lady around fifty years old who sells  coca leaves. Curious about my tattoos and – unlike many Italians – without prejudices about them, she asked me why I had decided to have them. A conversation lasting several hours followed, during which I explained my daily habits and she talked about her family. Rosalia couldn’t understand and found amusing the fact that I don’t eat meat, and was surprised that I’m not married but I explained how our cultures differed with regard to this. She lives in Cochabamba, the capital of a region which is the second biggest producer of coca leaves, and where in the past blood was shed between armed antidrug forces and drug dealers. Just a few days ago the police killed an innocent man in a gunfight, fuelling the locals’ protest who had since blocked the traffic on the main road between Cochabamba and Santa Cruz. Rosalia’s job is extremely common in the area and she often  has to go to La Paz to earn enough money to provide for her three children. Not long before the bus journey ended, she offered me some food, gave me a warm hug and wished me good luck on my travels.

My last travel mate was an old farmer from the Bolivian rainforest who spoke hardly any Spanish as his own language was Quechua and that’s all he spoke by then. His thick calloused hands told me more about him than he could tell me himself, but he did manage to say that his name was Reinaldo. Between once cough and another he kept chewing coca leaves, his right hand stuffed in a bag of coca leaves for all four hours of the journey. At times he fell asleep, his hand still in the bag, his mouth wide open, revealing the chewed leaves left there for hours to take effect. He told me he’d been chewing coca leaves on a daily basis for years and  used them to cure all the illnesses of old age and a life of hard work. He offered me a few leaves, and I took them so as not to offend him. He often told me incomprehensible things in Quechua but seemed happy just to be talking to a foreigner so I nodded in agreement to go along with his mood.

Bolivia is the cheapest of the South American countries I’ve travelled through:  journeys lasting from three to seven hours never cost me over two euros; sleeping in a dormitory in a hostel, two to three euros;  a meal, from one and four. Put simply, almost a return to super-cheap India where you can live on ten euros a day. Plus, Bolivians are very kind and sociable, just like the Indians who made me feel part of their families during my long train journeys there. It’s worth remembering that this tiny country has Andean peaks, fabulous lake Titicaca, natural parks in the Amazon rainforest and salty deserts…  so if you are planning a trip to South America, don’t think twice - come to Bolivia!


martedì 18 settembre 2012

13-16/09/2012 Andean Spirits Festival

Scenario da favola, si torna nell' atmosfera unica del lago navigabile più alto del mondo, il Titicaca. Questa volta mi trovo nella parte boliviana perche’ ho da poco attraversato il confine. Da Copacabana, primo porto a pochi chilometri dalla frontiera, partono le imbarcazioni dirette per la sacra isola del Sol degli Inca. Un’organizzazione boliviana di feste trance, denominata Andean Tribe, ha organizzato per la quarta volta sull’isola il festival Andean Spirits. Quattro giorni di festa nella comunità Japapi in una insenatura di campi agricoli ben protetta dai promontori che termina in una spiaggia di pietre bagnata dal gelido lago. Essendo inverno i campi sono secchi e inutilizzati quindi ci permettono di accamparci e di creare dell’aree da ballo o di altre attività tra cui yoga, meditazione o massaggi. La comunità è formata da solo cinque piccole abitazioni sparse sul lato ovest della spiaggia, i deliziosi abitanti indigeni collaborano preparando alcune spartane aree di ristoro e i bambini giocano entusiasti vicini alla pista da ballo con aquiloni e pistole ad acqua. L’atmosfera è davvero armoniosa sia per la bellezza naturale del luogo e sia per la presenza allegra degli abitanti. Ogni tanto spuntava un gregge di pecore o un branco di asini che sonorizzavano l’area con i loro comici versi.

Sono sbarcato sull’isola assieme ad una coppia di amici, lui torinese e lei belga, con cui condivido una parte di viaggio in Bolivia, abbiamo piazzato la tenda affittata da una gentile famiglia a Copacabana ed il primo giorno abbiamo passeggiato sulle colline dell’isola per osservare i suoi incantevoli panorami. Nei giorni successivi ho conosciuto ragazzi provenienti da una quindicina di nazioni diverse. Bolivia, Perù, Cile, Argentina, Brasile, Guadalupe, Ecuador, Colombia, Australia, Francia, Germania, Spagna, Olanda e Portogallo. Mi sono creato dei nuovi simpatici amici da aggiungere alla lunga lista dei tantissimi contatti che mi sono lasciato alle spalle. Molti viaggiatori spersi per il mondo come me quindi il feeling che si crea in queste occasioni è davvero particolare perché si condividono emozioni simili. Si viveva il giorno perché la notte era gelida con temperature vicine agli zero gradi. All’alba irrompeva un sole caldo che a quelle altitudini ci ha letteralmente carbonizzati il naso nonostante la crema protettiva. La luce era intensa per via dell’assenza di inquinamento siccome non circolano automobili sull’isola. Quasi tutti i giorni mi bagnavo nel lago per lavarmi anche se pochi hanno avuto la stessa idea per via del freddo.

Prima dell’ultima notte è sceso lo sciamano isolano per fare un’ offerta alla Pachamama (Madre Terra) e augurarci buona fortuna per i nostri viaggi. Avvisandoci anche che siccome è la notte di luna nuova arriverà la pioggia. Terminata la cerimonia si avvicinano delle minacciose nuvole scure e poi un prepotente temporale che ci travolge poco preparati all’evento. Molti corrono a salvare le tende che volano o si riempiono d’acqua, altri trovano ripari più sicuri. Io mi sistemo per alcune ore prima nella cucina di una signora locale poi nella tenda di un amica dove un boliviano di La Paz ci ha intrattenuti con il suo computer mostrandoci i suoi graffiti e facendoci ascoltare la musica che produce. Poche ore e smette di nevischiare, si riaccende la musica e riparte la festa. Il freddo e’ insopportabile e ritrovo miracolosamente un altro riparo nel magazzino di altre due gentili signore accampate con un materasso tra i sacchi di verdure e riso. Mi preparano un te’ caldo e dopo una piacevole chiacchierata a suon di risate ritorno a ballare. Il cielo è il più incantevole che abbia mai visto, le stelle sembrano parte della Terra e non ci fanno sentire soli. Poi finalmente un sole strabiliante a scaldarci l’anima e illuminare le ultime ore di ballo e saluti. Si ritorna alla terra ferma, con tanti nuovi amici e l’entusiasmo di aver vissuto questo festival, altra tappa indimenticabile di questa straordinaria esperienza.


A return to the unique atmosphere of the fabulous scenery of Titicaca, the highest navigable lake in the world. This time I was on the Bolivian side of the lake, having just crossed the border. From Copacabana, the first port just a few kilometres from the border, ships leave for the sacred Inca island of Isla del Sol. A Bolivian company which organizes trance music festivals had organized on the island, for the fourth time, the Andean Spirits festival. This four-day event took place in the Japapi community, in an inlet of fields protected by promontories ending at a beach of pebbles wet by the cold lake. It was the winter season and the fields were dry and unused so the locals let us camp there and create areas for dancing and other activities, such as yoga, meditation and massages. The community has only five small houses scattered on the Western side of the beach, the lovely locals collaborated by preparing some basic refreshment areas while the children enthusiastically played near the dancing area with kites and water pistols. The atmosphere was really harmonic because of the natural beauty of the place and the cheerful presence of the inhabitants. Every so often a herd of sheep or pigs would appear and fill the air with their funny sounds. 

I landed on the island along with two friends, an Italian man from Turin and a Belgian girl, with whom I had spent part of my travels in Bolivia. We pitched our tent, rented from a kind family in Copacabana, and on the first day went for a walk in the surrounding hills to take in the beautiful landscapes. Over the next few days I met people from Argentina, Australia, Bolivia, Brazil, Chile, Colombia, Ecuador, France, Germany, Guadeloupe, Peru, Portugal, Spain and the Netherlands, making new friends to add to the long list of contacts that I already had. Many were globetrotters like myself, so we had similar emotions and experiences to share with each other. We were active during the day because the nights were freezing cold, with temperatures around 0°C. At sunrise, the temperature rose sharply and despite sunscreen our faces became sunburnt. The light was intense because no automobiles on the island meant no pollution. Nearly every day I washed in the lake, something few others did because the water was so cold. 

 The island’s shaman joined us before the last night to make an offer to Pachamama (Mother Earth) and wish us good luck with our travels. He also warned us that since this was the first night of the new moon, rain would come. Soon after the end of the ceremony threatening thunderclouds rolled in and a strong thunderstorm caught us off guard. Many of us ran off to stop our tents from flying away or filling with water, others found safer shelters. I stayed for a few hours in the kitchen of a local woman, then in a friend’s tent where a Bolivian from La Paz entertained us with his computer, showing us his graffiti and playing us the music he himself makes. After a few hours it stopped sleeting, and the music and partying started again. The cold was unbearable but luckily I found shelter in the warehouse of two kind women who were lying on matresses between bags of vegetables and rice. They made me a warm cup of tea, and after a friendly chat punctuated with laughter I went back to dance. The sky was the most beautiful I have ever seen, the stars looked like part of planet Earth and didn’t make us feel alone. Then an amazing sun finally rose to warm our souls and light up the last hours of dancing and goodbyes. We returned to the mainland with many new friends and enthusiastic about having been to this festival, another unforgettable stage of this extraordinary experience.

Pagellino temporaneo Peru' /Temporary report Peru'

Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente. 

-          Trasporti pubblici                                   :   7,5
-          Cucina locale                                         :   6
-          Ospitalità della gente                              :   8
-          Costo della vita per uno straniero           :   8

-          Media Perù                                            :    7,375


New instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                   :  7,5
-          Local food                                            :   6
-          Friendliness and hospitality                :   8
-          Cost of living for a foreigner              :   8

-          Average for Perù                                 :  7,375

venerdì 7 settembre 2012

04/09/2012 L'impetuoso vulcano Misti / The impetuous volcano Misti


Notte difficile, ma d’altronde quando si dorme ad alta quota va sempre a finire così. E’ solo l’una del mattino ma è giunta l’ora di prepararsi alla grande sfida: raggiungere il cratere del maestoso stratovulcano peruviano Misti (5.822m). Ieri ho iniziato l’avvicinamento alla vetta assieme ad un gruppo di 4 giovani escursionisti e una guida locale. Siamo partiti all’ingresso del parco nazionale (3.300m) per accamparci dove abbiamo trascorso qualche ora notturna prima di affrontare la parte più ripida e ardua della salita. 6 ore di riscaldamento per l’avventura di oggi e abbiamo montato le tende  a 4.500m preparando una semplice cena di zuppa e spaghetti ed evitando attacchi di vari affamati ratti di montagna. Purtroppo un tedesco ha avvertito i sintomi del mal di montagna diventando pallido e vomitando parecchio. Invece un francese, partito troppo veloce, ha avuto difficoltà negli ultimi metri. Al tramonto il panorama è stato favoloso, di fronte al vulcano si estende una valle formata da canyon e dalla città di Arequipa, la seconda più grande del Perù.

In queste poche ore di riposo non ho dormito neanche 5 minuti, oltre alle difficoltà legate all’altitudine mi sono trovato in una piccolissima tenda, progettata per le stature peruviane, assieme ad un alto polacco che russava bruscamente. Naturalmente mi è capitato l’unica sera che ho dimenticato i tappi per le orecchie. Fortunatamente devo ammettere che mi sento decisamente bene e non avverto nessun sintomo del mal di montagna. In piena notte e con una splendente luna, pochi giorni fa piena, inizia la lunga camminata verso la nostra meta. Alcuni minuti e già qualcuno si arrende, il tedesco e il francese non si sono ripresi e tornano all’accampamento. Io, il polacco e una sportiva ragazza francese, che pratica gare di podismo, proseguiamo assieme alla guida. Le prime difficoltà, oltre alla particolare pendenza del percorso, derivano dalla superficie sabbiosa a causa delle ceneri depositate dal vulcano attivo. In diversi passi il piede d’appoggio retrocede perdendo terreno e superate certe quote risulta particolarmente faticoso. In ogni caso non fa particolarmente freddo perché non c’è vento anche se le ultime ore prima dell’alba erano attorno agli zero gradi. Il mancato sonno si fa sentire spesso durante la camminata notturna e, nelle rare pause, appena mi fermo qualche secondo in piedi mi sento addormentato e debole.

Attorno a quota 5.000 ecco il sole lentamente illuminare, scaldare e baciare il nostro cammino. All’improvviso avverto nuove straordinarie energie e con la luce del giorno è un’altra situazione. Stiamo tutti bene, anche se il respiro inizia ad essere difficoltoso, ma con una quieta andatura riusciamo a proseguire assaporando un forte odore di zolfo proveniente dai gas del vulcano. Dopo  7 ore di faticosa camminata ci troviamo a 5.700 metri e il panorama è straordinario. Si vede la vetta con un alta croce ben fissata e da là sarà visibile il gigantesco cratere. I miei due compagnia decidono di fermarsi qua, lei vuole risparmiare forze per la lunga discesa e lui sembra indeciso o preoccupato dall’ultima pendente salita sulla neve ghiacciata. Io non ci penso due volte e li saluto immediatamente partendo da solo con la picozza in mano e tanto entusiasmo.

Ovviamente il cuore batte a mille sia per l’euforia sia per l’altitudine ma solo poter vedere quella sognata vetta mi da una forza immensa. Così dopo due giorni di cammino, un dislivello di 2500 metri  e senza neanche una notte di sonno eccomi in solitaria in cima (video) a questo meraviglioso vulcano e un panorama grandioso a 360 gradi con un enorme cratere fumante, le Ande peruviane, Arequipa e tutti i canyon della vallata. Una delle emozioni più estreme della mia vita, il mio record assoluto di altitudine mai raggiunta, cado in ginocchio in un fiume di lacrime di gioia. Mi sento talmente in simbiosi con il vulcano che ho un eruzione di felicità e mi rimane stampato un delizioso sorriso sulla faccia per tutti i 30 chilometri di discesa al punto di partenza. La montagna è una pura scuola di vita, ti insegna a soffrire in silenzio, a stringere i denti e a non mollare mai anche quando la vetta sembra irraggiungibile e quando la raggiungi provi una sensazione unica.

A hard night, but then it’s often like that when sleeping at a high altitude. It was only one o’clock in the morning but already time to get ready for a great challenge: to reach the crater of Misti, the majestic stratovolcano (5822m). Yesterday I started the approach to the summit at the entrance to the national park at 3300m with four young trekkers and a local guide, then setting up camp to spend a few hours at night before taking on the steepest and hardest part of the ascent. After a six-hour warmup we set up camp again at 4500m and had a simple dinner of soup and spaghetti, accompanied by incursions from hungry mountain rats. Unfortunately, the German trekker started having altitude sickness symptoms, turning pale and vomiting a lot, whereas the French trekker set off too quickly and had some difficulties in the final metres. However, the view at sunset was fantastic: a valley formed by canyons in front of the volcano, and the city of Arequipa, the second largest in Peru.

We had a few hours of rest, but I didn’t manage to sleep for even five minutes. Apart from the problems of altitude, I was sharing a tiny tent - meant for campers of Peruvian build - with a tall Polish guy, who was a loud snorer. Of course, this had to happen the only night I forgot my earplugs. Luckily I was feeling pretty good and had no symptoms of altitude sickness. We started our long hike in the middle of the night under a shining moon which had been full only days before. After a few minutes the French and German trekkers gave up and decided to go back to the camp as they weren’t feeling any better. The Polish trekker, an athletic French girl who does walking races and myself continued with the guide. The first difficulties, apart from the steepness, came from the volcanic cinders covering the terrain: at every step our feet slipped back, making our progress quite tiring, especially above a certain altitude. In any case, it wasn’t particularly cold because there was no wind, even though the temperature before dawn had been around zero. I felt the lack of sleep as I walked during the night and when we had an occasonal rest and I stayed standing for a few seconds, I felt sleepy and weak.

At around 5000 metres, the sun slowly came out to warm us. All of a sudden I felt some new extraordinary energy and with daylight everything changed. We were all feeling well and even though it began to be difficult to breathe, we managed to carry on at a slower pace, with a strong odour of sulphur coming from the volcanic gases. After seven tiring hours of marching, we reached 5700 metres, where the view was extraordinary. We could see the big cross fixed on the summit from where the massive crater would be visibile. My two partners decided to stop there as she wanted to preserve her strength for the descent and he seemed a bit uncertain or worried about the last slope which was covered with frozen snow. I myself didn’t think about it twice, said goodbye and carried on alone, full of enthusiasm, with my ice-axe in my hand.

My heart was racing because of both euphoria and the altitude but the idea of reaching that summit I’d been dreaming of gave me great strength. So after a two-day hike taking me 2500 metres higher and with no sleep at night, I was finally alone on the summit of this amazing volcano (video), surrounded by a grand 360 degree panorama of an enormous fuming crater, the Peruvian Andes, Arequipa and all the canyons of the valley. I felt one of the most intense emotions of my life, this was the highest I’d ever been, I fell on my knees and cried with joy. I felt as if the volcano and I were one thing, united, together, and was filled with happiness. There was a smile on my face all thirty kilometres of the descent.
Mountains are a pure school of life, teaching you to suffer in silence, to clench your teeth and never give up, even when the summit seems unreachable - so when eventually you do reach it you experience a unique feeling.



  

lunedì 27 agosto 2012

25/08/2012 A spasso nella sacra valle Inca / A walk in the sacred valley of the Incas


Sveglia alle 7.30, ma come al solito alle 6 son già sveglio. L’ideale per iniziare una giornata di esplorazione nella sacra valle Inca, disorganizzato e armato di voglia di camminare, e uscire per la città ancora piuttosto deserta. Le fredde panchine delle piazze di Cusco sono occupate da senzatetto addormentati, l’aria è già irrespirabile per i pochi veicoli che transitano. In Perù si utilizza il tipo di carburante più nocivo al mondo. Le poche persone che incontro, tutte peruviane, o stanno andando a lavoro o sono ancora in giro dopo un venerdì notte estremamente alcolico, facilmente visibile dalla storta camminata. Sulle mura della città osservo alcuni poster di sanguinose corride e di stupidi combattimenti tra galli. Arrivo al terminal degli autobus e salgo al volo su uno in partenza, entro e mi trovo in uno di quei mezzi che adoro, sporco e trasandato ma affollato di indigeni e le donne, sempre elegantissime, indossano calze e maglia di lana, una gonna e il marrone cappello tradizionale da cui spuntano le lunghe treccine che si annodano sopra al fondoschiena. Si parte!

Dopo una quarantina di chilometri, al costo di 4 soles (1.25 euro), vengo scaricato nell’intersezione da cui parte una strada verso i villaggi di Maras e Moray. Incontro alcuni taxisti che cercano di convincermi a salire sui loro mezzi ma, quando leggo che il primo dista 4 chilometri e il secondo 12, decido di incamminarmi. Un taxista , insiste e mi racconta che la strada è pericolosa perché recentemente 4 francesi sono stati rapinati, cerca pure di fare pressione sul fatto che si sta per mettere a piovere. La storia dei francesi mi sembra una farsa e la pioggia non è assolutamente un problema, così lo saluto e proseguo. Mezzora e mi trovo a Maras, un povero e pittoresco comune color terra perché le mura delle case sono tutte in adobe –un impasto di argilla, sabbia e paglia essiccato al sole. Le strade sono affollate da branchi di asini e da greggi di vacche e pecore che spesso e volentieri le riempiono di letame. La popolazione è indigena, soprattutto anziani e bambini, e vive la quotidianità ad un ritmo così rilassante da essere contagioso. Chiedo indicazioni per Moray ad un vecchio sorridente con dei gran baffoni che gentilmente mi dice di proseguire per la via in cui camminavo.

Esco da Maras e ritrovo la valle, da una parte la strada per le macchine e dritto una stradina che attraversa i giallissimi campi di mais. Passeggio allegramente osservando i panorami con montagne e cime innevate tra i 4000m e i 5000m sullo sfondo. Incontro altri branchi di maiali neri e pecore guidati da bambini e cani. Come cornice al mio sentiero una serie di piante grasse di aloe e alcuni canali per l’acqua proveniente dai monti. Inizia a piovere, indosso la mantellina e proseguo spensierato fino a Moray.

Al mio arrivo smette di piovere, mi invitano a fare il biglietto a 10 soles (3 euro) e mi avvio verso il punto panoramico. Ed ecco una meravigliosa mistica serie di terrazze rotonde e concentriche scavate nel terreno che ricordano i cerchi nel grano. Si tratta di una sperimentazione agricola in cui ogni terrazza gode di un microclima diverso sia per temperatura sia per esposizione al sole. Ci sono molti enigmi su questo sito che alcuni definiscono un anfiteatro, ma le strutture sono tipicamente Inca e dovrebbero appartenere a loro. Scendo nella terrazza più profonda per godere del silenzio che riporta in vita la magia di questo luogo. Purtroppo, pochi minuti, e arrivano gruppi di turisti chiassosi in massa. Si parlano urlando da una terrazza all’altra oppure direttamente dal punto panoramico a dove mi trovo io, che sono ben 50 metri di distanza, spezzando la magia dell’atmosfera che avevo incontrato. Così me ne vado lasciando spazio a questi ignoranti.

Ritorno sulla via per Maras riattraversando i campi nuovamente sotto la pioggia. Una volta a destinazione chiedo consigli a dei contadini che mi indicano la strada verso le saline che dista qualche chilometro fuori dal centro. Attraverso la piazza principale che è un cantiere aperto, l’unica zona della città che sta per essere ammodernata per via del turismo in sviluppo. Incontro nuovamente una stradina sterrata che attraversa altri campi e scende verso un piccolo canyon. Cammino e cammino fino a quando noto in lontananza delle bellissime saline bianche formate da una moltitudine di piccole vasche una a fianco all’altra. Pago l’entrata con 7 soles (2.20 euro) e passeggio tra le vasche di dimensioni 4 metri quadri e profonde 30 cm circa. Fin dai tempi Inca il sale veniva ottenuto dall’evaporazione dell’acqua salata proveniente da una sorgente a monte. L’acqua è accuratamente incanalata in un ampia rete di canali che la trasportano nelle varie vasche gradualmente dove, sotto l’azione dei raggi solari, avviene l’evaporazione la raccolta del sale da parti dei “contadini”. Raggiungo l’ultima vasca e, in solitudine, ne approfitto per fare un gustoso spuntino con pane, formaggio e banane. 
A stomaco pieno non sono intenzionato a tornare indietro e decido di proseguire a fondo valle senza avere la minima idea di dove sto andando. Sono sereno e spensierato, sento dalla mia parte due fattori fondamentali per la felicità, il tempo e la libertà. Termino di scendere e arrivo davanti ad un grande fiume largo 20 metri, che non può che essere l’Urubamba. L’unico luogo abitato nell’area sembra un villaggio fantasma, tira un forte vento che alza vortici di polvere e sbatte le porte delle case aperte, ma non vedo l’ombra di un essere umano, solo polli e cani randagi. Cammino alla ricerca di un ponte e noto in lontananza una signora indigena, la raggiungo e le chiedo informazioni. Mi consiglia di proseguire e attraversare il prossimo ponte. Finalmente supero il fiume, nell’altra sponda trovo un piccolo centro abitato e vengo guidato su una statale. Senza sapere ancora dove mi trovo, mi sistemo a bordo strada con il pollice alzato. Trascorre mezzora e finalmente un uomo sulla quarantina con sua moglie mi carica su una toyota grigia. Mi accompagna per alcuni chilometri alla città omonima al fiume Urubamba. Mi scarica davanti al terminal per i pullman diretti a Cusco e salgo sul primo mezzo, nuovamente sgangherato, prendendo posto a fianco ad una grassa e sorridente signora indigena. Mi addormento stanco per la trentina di chilometri percorsi e mi risveglio direttamente a destinazione con la signora che mi tira un grezzo spintone.


My alarm clock was set for 7.30, but I was already awake at 6, as usual. This was an ideal start for a day of exploration in the sacred valley of the Incas, leaving the town before it got busy, full of the desire to walk and without being organised. The cold benches in the squares of Cusco were occupied by sleeping homeless people and the air was already unbreathable as a result of the pollution produced by the few vehicles around - in Peru, the most noxious fuel in the world is used. The few people I met were all Peruvians, either going to work or staggering around after a Friday night out drinking. On the city walls I saw posters of bloody bullfights and stupid cockfights. At the bus terminal I took a bus that was just leaving and found myself on one of those vehicles I adore: dirty, rickety, full of locals and wonderful elegant women in woollen socks and jumpers, skirt and the traditional brown hats out of which their long plaits hang down to just above their backsides, where they are tied. Off I went!

After a journey of about forty kilometres costing 4 Soles (€1.25) I was dropped off at a junction from where a road led to the villages of Maras and Moray. Some taxi drivers tried to convince me to take one of their vehicles but when I found that Maras was four kilometres away and Moras twelve, I decided to walk. One taxi driver insisted, tellin me that the road was dangerous and four French people had recently been robbed, even adding that it was about to rain. The story about the French didn’t sound true and rain didn’t bother me, so I said goodbye and went on my way. Half an hour later I reached Maras, a poor but picturesque town whose brownish colour came from its buildings made of adobe bricks, a mixture of clay, sand and straw dried in the sun. On the roads, herds of donkeys, cattle and sheep left the road covered with excrement. Maras’ population is indigenous, with many old men and children who live their daily lives at such a relaxing rythm that it becomes contagious. I asked an old smiling man with a big moustache how to get to Moray and he kindly told me to carry on down the road I was on.

Leaving Maras, I found myself in the valley, with the road for cars on one side and straight ahead a path that crossed bright yellow corn fields. I walked happily, looking at the mountain landscape with its snow-capped peaks between 4000 and 5000 metres in the background. I saw more herds of black pigs and sheep herded by children with dogs. At the sides of the path there were aloe plants and channels filled with water from the mountains. It started to rain, I put on my cape and carried on walking light-heartedly towards Moray.

It stopped raining on my arrival. I was invited to purchase an entry ticket for 10 Soles (€3), then I walked to the panoramic spot. Before me, dug into the ground,  lay a marvellous, mystical series of concentric circular terraces (photo 1) similar to crop circles. This is a agricultural experiment where every terrace has a different microclimate with a different temperature and sun exposure. There are many enigmas concerning this site that some people consider an amphitheatre but the structures are typically Inca so were probably built by them. I walked down to the deepest terrace to enjoy the silence that brings the magic of the place to life. Unfortunately, groups of noisy tourists arrived a few minutes later. Shouting to each other from one terrace to another or directly from the panoramic spot to where I was, a good fifty metres away, they were ruining the magic of the atmosphere so off I went, leaving the place to those ignorant people.

I got back on the road to Maras by crossing the fields, once again under the rain. Once there, I asked some local farmers for directions and they pointed to a road leading to the salt pans a few kilometres from the town centre. I crossed the main square, an open construction site, the only one in a town which is about to modernise in response to increasing tourism. I came to another dirt track crossing more fields and went down towards a small canyon. I walked on and on until I spotted some beautiful white salt pans (photo 2) in the distance, a multitude of tiny basins. I paid 7 Soles (€2.20) to enter the site and walked along the basins which have a surface of four square-metres and are thirty centimetres deep. Since the days of the Incas, salt has been obtained by evaporating water from springs on higher ground. The water is carefully and gradually conveyd by a network of channels to the basins where the sun evaporates it, leaving the salt to be collected by “farmers”.  On reaching the last basin, I had a tasty snack in solitude of bread, cheese and bananas.

I didn’t want to go back with a full belly, so decided to continue to the bottom of the valley, with no idea of where I was heading. I was serene and light-hearted and felt that two fundamental factors for happiness, time and freedom, were on my side. When I got to the bottom I found a twenty-metre wide river that could only be the Urubamba. The only inhabited place in the area looked like a ghost town, strong gusts of wind raised vortexes of sand and made the entrance doors of the open houses slam. I saw nobody around, just chickens and stray dogs. I walked in search of a bridge and saw an indigenous woman in the distance so I walked up to her and asked for information. She suggested that I carried on and cross over at the next bridge. I finally crossed the river and on the other side I found a tiny settlement and then made it to the main road. Without knowing where I was I stood at the roadside and waited with my thumb raised. After half an hour, a man in his forties with his wife gave me a lift in their grey Toyota for the few kilometres to Urubamba, the town with the same name as the river. They left me in front of the terminal for buses heading to Cusco and I took the first one available, another rickety one, sitting down next to a fat smiling indigenous lady. I fell asleep, tired after walking for thirty-odd kilometres and woke up at my destination when the woman gave me a rough shove.