528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

mercoledì 28 dicembre 2011

28/12/2011 Felice anno nuovo / Happy new year

Dedicato a tutti i sognatori come me, a chi lotta ogni giorno seguendo i suoi sogni andando a volte contro tutto e tutti, a chi ha deciso di vivere la sua vita senza paure costruendo il proprio futuro sui valori semplici della vita.
Ma soprattutto a tutti quelli che mi seguono e sostengono : GRAZIE E SERENO ANNO NUOVO !

This is dedicated to all dreamers like myself, to those fighting against the odds every day to follow their dreams, to those who have decided to live without fear building their futures on the simple values of life. But especially to those following and supporting me: THANK YOU AND HAPPY NEW YEAR!




mercoledì 21 dicembre 2011

21/12/2011 Alla ricerca di un mercantile / Looking for a cargo ship



Dopo l’arrivo in Nepal mi sono dato come obiettivo il giro del mondo senza aerei con rotta est. La prima grande questione di questa avventura è : come raggiungere dall’India  le terre orientali come Thailandia, Vietnam, Cambogia e Laos ?

Siccome ci tenevo a trascorrere tutti i 3 mesi del visto in India, per avere modo di conoscerla meglio, sto raggiungendo il sud spinto dalla stagione ideale per esplorarlo. Una prima soluzione potrebbe essere entrare in Cina via terra e poi riscendere verso il Laos. La Cina è l’unico paese che posso attraversare via terra verso la zona interessata perché il Myanmar (ex Birmania) sotto regime militare non è attraversabile via terra con il visto turistico, l’unico accesso è aereo. Per non allungare il viaggio più del dovuto,  da nord a sud dell’India almeno 70 ore tra pullman e treni, l’ideale sarebbe trovare un mercantile che dall’India arrivi alla Malesia o Singapore perché la Thailandia non è sulle rotte di questo tipo di navi. Alcuni mercantili trasportano un ridotto numero di passeggeri, di solito al massimo 8 per nave offrendo a loro vitto e alloggio. Avendo letto alcuni libri che raccontavano di viaggi tra Chennai e Singapore mi ero tranquillizzato convinto che l’avrei trovato, ma le ricerche sul web sono andate a esito negativo. Diverse compagnie di mercantili mi assicurano che non è permesso in nessun porto indiano lo sbarco e l’imbarco di passeggeri per questi mezzi – che bella sorpresa subito all’inizio.

Preoccupato dalle 70 ore di viaggio più una settimana di attesa per il visto cinese studio un'altra soluzione, lo Sri Lanka. Controllo le rotte dei cargo da Colombo a Singapore è questa volta sembra la scelta giusta. Il 20 febbraio una nave inglese da Colombo partirà verso Singapore impiegandoci 5 giorni. Il visto indiano scade l’8 febbraio così ho tempo di godermi un mese esplorando regioni come Goa, Karnataka e il Kerala con le loro verdi foreste e spiagge bianche per poi raggiungere lo Sri Lanka con un traghetto. Sono in contatto diretto con un dipendente della compagnia inglese e stiamo discutendo per il biglietto, mi auguro che vada tutto bene altrimenti sarà ancora più avventuroso.

Intanto ho raggiunto da poco Goa con l’intenzione di rilassarmi durante il periodo natalizio e inizio anno nuovo per evitare di viaggiare nel periodo più turistico e caotico. Questa regione è molto differente dal resto dell’India, innanzitutto sono cattolici e al posto dei templi si trovano grandi chiese bianche coloniali. L’eredità dell’ epoca coloniale portoghese è affascinante. Le spiagge sono da cartolina con palme di cocco come sfondo, il mare è caldo ma l’acqua è verde. La vita degli abitanti locali e degli stranieri prosegue a ritmo davvero shanti (tranquillo), curioso di conoscere anche la vita notturna tanto famosa che ha reso Goa un tempio della musica trance.

Buone feste di Natale e soprattutto felice anno nuovo a tutti, per quanto riguarda me non posso che augurarmi un 2012 come questi ultimi 2 mesi e mezzo che sono stati grandiosi e sono così felice di vivere il questo sogno ovunque mi porterà. Per un viaggiatore non conta l’arrivo ma il viaggio come per me non conta finire il giro del mondo ma l’esperienza che sto accumulando giorno dopo giorno. Ci sentiamo nel 2012.


After arriving in Nepal I set myself the objective of going eastwards around the world without taking any flights. The first big problem of this adventure was now how to reach Eastern countries such as Thailand, Vietnam, Cambodia and Laos from India?

Since I really wanted to spend all three months of my visa in India to be able to get to know the country better, I went south as it was the ideal season to explore there. A first solution to the problem mentioned above would be to enter China on land and then go down to Laos. China was the only country I could cross on land to go where I wanted because Myanmar (ex Burma) was under a military regime and could not be crossed via land with a tourist visa – the only access was by air. To avoid making the journey unneccesarily long (travelling the length of India by bus and train would take about seventy hours), the ideal solution would have been to find a merchant ship from India to Malaysia or Singapore - Thailand is not on these ships’ courses. Some of these ships offer board and lodging to a limited number of passengers, usually no more than eight. Having read some books that talked about tarvels between Chennai and Singaopre I was optimistic about being able to find one myself, but searching the web gave no results. Several merchant ship companies told me that no passengers may board these ships in any Indian harbour – what a nice surprise!

Worried about a seventy-hour journey plus a week waiting for the Chinese visa, I looked into another possibility: Sri Lanka. I checked the routes of cargo ships from Colombo to Singapore and this seemed to be the right choice. On the 20th of February a British ship would leave Colombo, reaching Singapore five days later. My Indian visa would expire on February 8th, which left me a month to explore the lush forests and white beaches of Goa, Karnataka and Kerala and then take the ferry to Sri Lanka. I was in contact with an English person working for one of the shipping companies, we had discussed my becoming a passenger and I hoped a deal could be made, otherwise things would become even more adventurous.

Meanwhile I had just reached Goa and aimed to relax over Christmas and the New Year and avoid travelling in that chaotic and touristy period. The region of Goa differs from the rest of India because there are many Catholics and instead of temples there are many white colonial churches. The Portuguese colonial heritage is fascinating. The beaches are postcard-perfect, with warm green water fringed by palm trees. The life of locals and foreigners is really shanti (restful), and I was curious to check out Goa’s famous nightlife that made the region a “temple” of trance music.

Merry Christmas and especially Happy New Year to all! As far as I’m concerned, I can only hope that 2012 will be like the last two and a half months. It’s been great so far and I’m so happy I’m living this dream, wherever it takes me. For a traveller it’s not so much about getting to a place but the journey itself, and for me this means going around the world is not the most important thing, the real deal is the experiences I have while travelling. More to come in 2012.

domenica 11 dicembre 2011

10/12/2011 Mumbai. La citta' degli eccessi. / Mumbai. City of excesses


Sono innamorato di Mumbai da 5 anni quando in Australia lessi la prima volta Shantaram, il mio romanzo preferito. Così oggi, emozionato come un fan che conosce la sua star preferita, sono arrivato nel esotico capoluogo del Maharashtra dopo un viaggio di 20 ore in treno da Delhi.
Scendo dal vagone ed esco dalla stazione, avverto un gran calore nell’aria e nella città. Trovo una delle guesthouse più economiche nel turistico quartiere di Colaba. L’edificio è  un grande loft quadrato con all’interno una trentina di piccolissime stanze costruite con dei sottili pannelli di legno, ma solo par le pareti laterali, sono aperte verso l’alto per poter prendere aria dai ventilatori installati sul soffitto. Per chi ha il sonno leggero, come me, ha difficoltà a dormire per il rumore delle voci e dei ventilatori ma con dei tappi per le orecchie si dorme bene,  La mia stanza misura 2 x 1,5 metri ma i bagni comuni sono davvero moderni e puliti. Mumbai è una delle città più dense al mondo e lo si capisce subito per il poco spazio per dormire. Si nota anche dai senzatetto che dormono sul marciapiede.
Pranzo in un ottimo ristorante vegetariano a base di paneer tikka masala, formaggio marinato e speziato, e naan. Dopo mi dirigo verso il Leopold Cafè, lo storico locale di Mumbai conosciuto per l’attentato terroristico del 2008 e per Shantaram. Neanche il tempo di godermi lo scenario interno del locale che vengo approcciato per un lavoro da una ragazza italo-francese di nome Elize. Lavora per un agente di Bollywood che organizza casting per modelli stranieri. In questo caso hanno solo bisogno di un ragazzo disponibile a travestirsi da babbo natale ad una festa di 3 ore per bambini in un hotel. Accetto, mi dico perché no e poi da cosa nasce cosa e potrei conoscere l’agente per altri lavori giusto per ripagarmi una parte di viaggio.
Andiamo alla stazione ferroviaria di Churchgate e al momento di salire sul treno notiamo la suddivisione uomo e donna per i vagoni. Salgo comunque con lei nel vagone femminile. Chiacchieriamo con due simpatiche ragazze di locali, una si toglie il velo e si fa fotografare con Elize. Arriviamo alla stazione di Bandra e scendiamo. Saluto Elize che mi affida all’assistente dell’agente, con il quale raggiungo l’hotel. Non avevo idea che fosse un lussuosissimo hotel cinque stelle, fa impressione entrare in un luogo simile in India. Conosco l’organizzatrice della festa che quando scopre che sono italiano si scusa sottolineando che aveva richiesto un madrelingua inglese.
 L’assistente avverte il suo agente che arriva a prendermi personalmente all’albergo per riaccompagnarmi alla stazione. Nel tragitto conosco Imran e mi chiede la durata della permanenza a Mumbai. Interessato ad una possibilità lavorativa gli rispondo due settimane circa. Mi chiede se voglio lavorare per lui che in questo momento è la stagione dei film e se ne ha diversi in fase di realizzazione. Ci accordiamo di sentirci lunedì pomeriggio e mi lascia lungo una strada vicina alla stazione di Bandra.
Lungo il tragitto percorro un sentiero tra baracche e famiglie che vivono sul bordo strada. Sorpasso un ponte sopra una fogna a cielo aperto con l’acqua di colore blu nero, l’odore è irrespirabile. Un branco di topi giganti che si nutrono di una discarica di rifiuti. Sul bordo di questa fogna alcuni bambini seminudi che giocano vicino alle loro abitazioni. Sento il rumore del treno e convinto di prendere la via giusta per la stazione mi ritrovo in uno slum. Lo scenario è da brividi, una serie di baraccopoli una a fianco all’altra talmente vicine che nonostante siano basse non permettono quasi il passaggio dei raggi solari. La stradina che passa nel mezzo delle abitazioni è una fogna colma di rifiuti e qualche cadavere animale. Torno indietro pietrificato e trovo le scale per la stazione. Conosco dei bambini sorridenti che vivono sotto le scale, si fanno fotografare e quando vedono la loro immagine sulla fotocamera digitale scoppiano in una grassa risata. Lo slum si estende dai binari ferroviari.
Al ritorno decido di scendere qualche stazione prima per tornare a piedi anche se non ho una guida o cartina con me. Attraverso alcuni campi di cricket e raggiungo la famosa Marine Drive, la strada di scorrimento che percorre l’insenatura meridionale davanti all’oceano indiano. Mi godo lo spettacolare tramonto con un sole rosso fuoco tra la foschia grigia. Gli edifici alti di Malabar Hill fanno da contorno nella sfumatura. Percorro tutta la passeggiata, al termine devo rientrare verso la città per trovare Colaba. Chiedo informazioni, passo per la base dei pescatori nella quale arenano le barche e vendono pesce oltre a vivere in alcune baracche sulla spiaggia. Poco prima dell’arrivo percorro una stradina buia dove rischio di calpestare tre persone sdraiate per terra. Uno sembra morto ridotto ormai ad uno scheletro, gli altri due più in carne sembrano ancora vivi. Capitano spesso scende del genere in India. Trovo la Colaba Causeway e decido che per oggi è abbastanza svenendo nella mia micro stanza. Buonanotte città degli eccessi.



I’d been in love with Mumbai since reading Shantaram, my favourite novel, for the first time five years before when in Australia.

So on my arrival today in the exotic regional capital of Maharashtra, after a twenty-hour train journey from Delhi, I was as excited as a fan meeting his favourite star.
Leaving the train and then the station, I noted the heat of the air and city. My guesthouse, in the tourist area of Colaba, was one of the cheapest. It was a big square loft of thirty tiny rooms with only side walls made of thin wooden panels and open above to allow ventilation from the ceiling fans. For light sleepers, like me, the sounds of voices and the noise from the fans made sleep difficult, but with earplugs the problem was solved. My room measured 2 x 1.5 metres, while the shared bathrooms were really modern and clean. Mumbai is one of the most densely populated cities in the world and this is clear straight away from the limited space one has for sleeping. Also from the homeless people sleeping on the sidewalks.

Lunch was in an excellent vegetarian restaurant: paneer tikka masala, spiced marinated cheese and naan. Afterwards I headed towards the Leopold Cafe, historic Mumbai restaaurant, known also because of the 2008 terrorist attacks and Shantaram. I barely had the time to enjoy looking around the interior than a girl of French-Italian origin called Elize came up to me. She worked for a Bollywood agent who organized casting events for foreign models. In my case they only needed somebody willing to dress up like Father Christmas for a three-hour party for children in a hotel. Why not, I thought, this could lead to even more work and any money earned would go towards my travelling costs.

 We went to Churchgate railway station. Getting on the train, I noticed that there were separate coaches for men and women, but went all the same with Elize into the female carriage. There we chatted with two friendly local girls and one removed her veil to have her picture taken with Elize. At Bandra station we got off and Elize said goodbye to me, after handing me over to an assistant of the agent who took me to the hotel. I had no idea that the hotel was a 5-star luxury hotel and it was extraordinary to be entering such a place in India. I met the organizer of the party who apologised when she found out that I was Italian, saying that she had actually been looking for a mother-tongue speaker of English. The assistant informed her agent, Imran, who came in person to pick me up from the hotel and accompany me back to the railway station. On the way, Imran asked how long I was staying in Mumbai. About a fortnight, I answered, seeing the chance for some work. Before leaving me near Bandra station, he asked if I was interested in working for him, saying it was the filming season and he was busy with several films, and we agreed to talk again on the following Monday afternoon.

The way back led me along a path between shacks and homeless families living at the side of the road. As I crossed a bridge, the air was unbreathable: below was an open sewer with bluish-black water. Children were playing on the side of the sewer, not far from their homes. Nearby, a pack of giant rats was feeding at a rubbish tip. I heard the sound of a train and followed it, believing it would lead me to the station, only to find myself in a slum. The sight was shocking: rows of shacks so close together that hardly any sunlight could get through to ground level. The tiny road that crossing the slum was an open sewer full of rubbish and the odd dead animal. I turned back, petrified, and found the steps to the station – the slum goes right up to the railway tracks. I bumped into some smiling children who lived under the steps and took some photos of them. When they saw the results on my digital camera they burst out laughing.

I decided to get off the train a few stops early and walk back, even though I didn’t have a guide or a map with me. I crossed some cricket pitches and reached the famous Marine Drive, the boulevard along the bay facing the Arabian Sea. There was an amazing sunset with a glowing red sun in a grey haze framed by the tall buildings on Malabar Hill. After walking all the way down Marine Drive, it was time to turn back for Colaba. I asked for directions and passed the fishermen’s area, where they pull their boats ashore, sell their catches - and live in shacks on the beach. Just before reaching Colaba, I was going down a dark alley when I almost trampled over three people stretched out on
the ground. One of them was practically a skeleton, the other two were slightly better off. These are frequent sights in India. I then found Colaba Causeway, decided that I’d had enough for one day and collapsed in my micro-room.
Goodnight, city of excesses.


lunedì 5 dicembre 2011

04/12/2011 Trekking in Parvati valley. Bolenath



Dopo uno stremante viaggio di 15 ore su un gelido pullman sono arrivato da alcuni giorni a Kasol nella Parvati valley in Himachal Pradesh. Le temperature del viaggio notturno variavano sopra e sotto gli 0°, non ho mai avvertito un freddo del genere per così tante ore. Non avevo più sensibilità in alcune parti del corpo nonostante ero coperto da vestiti pesanti. Oltre al freddo a volte mi capitava di svegliarmi per terra per via delle manovre spericolate dell’autista. Sembrava di essere al luna park sull’ottovolante con la differenza che ci trovavamo su piccole strade di montagna. Durante il viaggio ho conosciuto un giardiniere svizzero assieme alla sua compagna che si sono aggregati  a me ed Ester, la ragazza spagnola conosciuta a Rishikesh.

La Parvati valley è circondata da vette Himalayane che raggiungono i 6000 metri ed è attraversata dall’ononimo fiume che si estende dalle sorgenti termali di Manikaran. I paesaggi montani sono incantevoli e la valle è conosciuta per le possibilità escursionistichee per la sfrenata coltivazione di charas (marijuana) richiamando un turismo internazionale, ma soprattutto israeliano, di hippy di ogni generazione – approfondirò quest’ultimo argomento raccontando le attività legate al suo fiorente mercato in esclusiva sul libro-. Ora siamo fuori stagione e fortunatamente non si vedono stranieri, possiamo goderci questi paesaggi in assoluta tranquillità.

Un itinerario escursionistico davvero interessante è Malana. Questo piccolo villaggio, di contadini e case a fungo in pietra e legno, ha un suo parlamento ed è organizzato con un particolare sistema di caste. Ai turisti, considerati impuri, è vietato toccare e fotografare le persone, i templi e le case. Chi trasgredisce deve pagare una multa di 1000 rupie (15 euro circa). Grazie a questa particolarità i loro costumi, le loro tradizioni e abitudini sono rimaste intatte dopo diverse generazioni nonostante l’interesse degli stranieri. Un luogo davvero speciale, camminando tra le sue vie si scopre una cultura unica. Persone di una semplicità e autenticità disarmante. Si trovano tre guesthouse, poco prima o dopo il villaggio, che sono case familiari nelle quale ospitano turisti per dare loro da mangiare e dormire. Si mangia nel salotto della casa seduti su dei materassini attorno ad un tandoori (stufa). I locali gradiscono molto il whisky con poca coca cola e del limone spremuto, in 3 hanno finito una bottiglia in un ora. Le stanze per dormire sono uguali al salotto infatti nel "salotto" dormono alcuni familiari. Chi è fortunato può trovare il tandoori ma, nonostante sia dicembre e siamo a quasi 3000 metri , non fa particolarmente freddo per via dell’ottima esposizione solare.

Altra tappa da non perdere è alla piscina termale di Manikaran. Un pomeriggio ho deciso di fare un giro in solitaria così ho raggiunto Manikaran, un paesino sul fiume poco dopo Kasol. Ho trascorso due ore in una piscina termale scavata nella roccia sulla riva del fiume Parvati, a fianco di un tempio e davanti ad una montagna mi sono rilassato nell’acqua bollente circondato solo da indiani – fantastico. Ho avuto un piacevole ritorno nel bosco di pini lungo il fiume verso Kasol. Non ho incontrato nessuno per ore, mi sono perso nel silenzio della natura ed ho trovato la strada poco dopo il tramonto.

Ancora qualche escursione ed entro due giorni mi rimetterò in viaggio di nuovo in solitaria verso sud. Mi aspetta un lungo viaggio di circa 60 ore tra pullman e treni fino a Goa, regione del sud-ovest indiano. Brevi tappe a Delhi, Mumbai, Pune per arrivare poco prima del periodo natalizio nella regione più piccola dell’India. Ormai due mesi di viaggio, due mesi a dir poco meravigliosi. Il grande sogno continua………..



After an exhausting fifteen-hour overnight journey in a freezing cold bus, I reached Kasol in the Parvati valley, Himachal Pradesh. I’d never felt so cold for so long; parts of me went numb although I had heavy clothes on. Besides that, I would sometimes wake up after falling out of my seat and onto the floor because of the driver’s reckless driving. It was like being on a rollercoaster, except that here we were on narrow mountain roads. During the journey I got acquainted with a Swiss gardener and his girlfriend and they joined myself and Ester, the Spanish girl from Rishikesh.

The Parvati valley is surrounded by Himalayan peaks that reach 6000 metres and crossed by the Parvati river which rises at the Manikaran thermal springs. The mountain views are lovely and the valley is known for its hiking trails and intensive cultivation of charas (marijuana) which attracts an international tourism, especially Israelis and hippies of all ages – this aspect and the activities connected with this thriving market will be dealt with in more detail in my book. At this time of year it was offseason and luckily there weren’t many foreigners around, so the landscape could be enjoyed in absolute peace.

A really interesting excursion is the one to Malana. This tiny village of farmers who live in mushroom-shaped houses built in stone and wood, has a parliament of its own and is organized in a particular caste system. Tourists are seen as impure and may not touch or take photos of people, temples or houses. Those who do must pay a fine of 1000 rupees fine, about €15. Thanks to this peculiarity their customs and traditions have remained intact for generations despite the interest of foreigners. Strolling through this truly special place you discover its unique culture and its people, with their disarming and authentic simplicity. There are three guesthouses, just before or after the village, which are basically family homes where tourists are fed and lodged. People eat sitting on mattresses on the living-room floor around a tandoori (stove). The locals enjoy whisky with a little Coca Cola and lemon juice - three of them drank a whole bottle in an hour. The bedrooms are the same as the “living room”, where some family members themselves sleep. The lucky ones have a tandoori but even though it was December at nearly 3000 metres, it wasn’t particularly cold because the area catches the direct sun during the day. 

Another unmissable spot is the thermal pools in Manikaran, a small village upstream from Kasol. One afternoon I went there alone. Cut into the rock near the bank of the river Parvati, the pools were next to a temple and facing a mountain. For two hours I chilled out in the hot water, with only locals for company - fantastic! The walk back to Kasol along the riverbank and through a pinewood was really pleasant. I met nobody else for hours and got lost in the silence of nature, only finding the road a little after sunset.

Two days later, after a few more excursions, I got back on the road again alone and headed south. Ahead of me a sixty-hour journey to Goa, a region in the south-west of India, stopping briefly in Delhi, Mumbai and Pune in order to reach India’s smallest state just before Christmas. By now two months of travelling had passed, two wonderful months, and the great dream continued...

mercoledì 23 novembre 2011

23/11/2011 Meditando a Rishikesh / Meditating in Rishikesh



Da tre giorni mi sono fermato a Rishikesh, capitale mondiale dello yoga e degli ashram. E’ conosciuta anche come luogo vegetariano in cui è vietata la vendita di alcolici e l’utilizzo di sacchetti di plastica. Sono arrivato assieme ad un ragazzo polacco conosciuto sul pullman con cui ho condiviso il viaggio per 2 giorni. Rishikesh è una tranquilla cittadina ai piedi dell’Himalaya indiano immersa nel verde e bagnata dal Gange. E’ un'altra zona sacra per la presenza di tanti ashram, zone di culto degli induisti nelle quali seguono gli insegnamenti di un guru. Ero interessato a provare un esperienza dentro ad uno dei tanti della zona, ma da quando sono arrivato una serie di incontri mi hanno portato su una strada diversa che si sta rivelando quella che cercavo. Non ho molto da condividere con le regole degli ashram che sembrano dei conventi. Devi vestirti in una certa maniera, devi mangiare quando e cosa dicono loro ed entro una certa ora sul presto chiudono i cancelli. Non credo nella religione indù quindi penso sia meglio vivere di più l’atmosfera rilassata e spirituale che si avverte nelle strade di Rishikesh seguendo alcune lezioni di mia iniziativa.

In questi giorni ho percorso un trekking su una collina che porta ad un monastero assieme ad una ragazza spagnola con cui condivido il viaggio da 3 giorni e con cui dovrei andare in Parvati Valley la prossima settimana. Il trekking si è interrotto pochi metri prima del monastero perché nella foresta un gruppo di una decina di scimmie affamate hanno bloccato la strada aggredendo pure una famiglia indiana. Ci sono scimmie ovunque, pure nella mia guest house devo tenere la porta chiusa perché cercano di entrare e rubare cibo. Ho anche provato  una lezione di yoga, ma credo di essere più interessato alla meditazione.

Alla sera al Paradise Cafe' ho avuto il piacere di conoscere un baba indiano con cui mi fa davvero piacere parlare. Tutte le sere sono con lui oltre ad altri ragazzi e ragazze italiani, russi, americani e israeliani. Lui, un uomo sulla quarantina magro con la barba folta e uno sguardo penetrante, sta girando l’India in moto. Gli piace conoscere gente nuova e aiutare gratuitamente chi è interessato attraverso la meditazione e la filosofia.

Questa mattina ero sveglio all’alba che pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto seguire i suoi insegnamenti, ma non avevo nessun contatto suo. Così mi sono alzato per andare a lezione di yoga ma ho scoperto che avevo l’orario sbagliato ed era già iniziata. Allora ho pensato di andare in un bar a scrivere. Entro e ordino ma ho banconote di grossa taglia ed avendo appena aperto il bar non ha il resto quindi riesco. Incontro per caso Antonio, uno dei ragazzi del Paradise, che mi invita ad andare con lui e il baba a imparare la meditazione - nulla succede per caso!

Sono salito poco sulla collina per raggiungere un ruscello immerso nel verde davanti al quale ho iniziato l’introduzione alla meditazione con il baba. Sto ricevendo un bombardamento di input postivi e continue stimolazioni dei sensi. E’ difficile assimilare tutte queste informazioni, mi sento una spugna zuppa, scrivere è la migliore soluzione per liberare altro spazio per assorbire ancora. A volte non dormo la notte sentendo il bisogno di scrivere per raccogliere tutta la tempesta di pensieri. Era quello che cercavo e non sono mai stato così sereno, cercherò di andare ancora più a fondo. Trascorrerò ancora alcuni giorni con il baba e dopo mi dirigerò verso la Parvati valley per iniziare altri trekking.  



I stopped in Rishikesh, world capital of yoga and ashrams, for three days. It is also known to be a vegetarian place where the sale of alcohol and the use of plastic bags is prohibited. I arrived with a young Pole I had met on the bus and travelled with for two days. Rishikesh is a calm town on the river Ganges in the green Himalayan foothills. This is another sacred place because of the many ashrams, Hindu religious places where the faithful follow the teachings of gurus. I was interested in entering an ashram for the experience, but since I had arrived a series of encounters had taken me down a different path that turned out to be the one I had been looking for. Ashrams with rules that make them seem convents or monasteries are not really my cup of tea: you have to dress in a certain way, eat what and when you are told too, and the gates to the ashram are closed at a certain time, usually quite early. I do not believe in Hinduism so I decided it was better to experience the relaxed and spiritual atmosphere of the streets of Rishikesh and to take some lessons on my own initiative.

I trekked up a hill to a monastery with a Spanish girl. She had travelled with me for three days and we intended to travel together the following week to the Parvati Valley. Our trek stopped just short of the monastery because dozens of hungry monkeys were blocking the road and even assaulting an Indian family. There were monkeys everywhere, even in my guesthouse the door had to be kept closed as the monkeys try to enter and steal food. I also tried a yoga lesson but the idea of meditation seemed more interesting.

In the evening I had the pleasure of meeting and talking with with an Indian baba at the Paradise Cafè, together with Italians, Russians, Americans and Israelis. This Indian was around 40 years old, had a thick beard and piercing eyes and was travelling around India on a motorbike. He liked meeting new people and helping for free people interested in meditation and philosophy.

One morning I was already awake at dawn, thinking about how much I would have liked to follow his teachings but I had no way of contacting him. I got up and left for my yoga lesson but found I had the wrong timetable and that the lesson had already started. I went into a bar, intending to write, and ordered, but as the bar had just opened, they couldn’t change my large banknote, so I left.
By chance I met Antonio, one of the guys from Paradise Cafe, who invited me to go and learn meditation with the baba ...everything happens for a reason!

I walked a little way up a hill to a stream in the middle of greenery, where I was introduced to meditation by the baba. I was bombarded with positive inputs and continuous sensory stimulation. It was difficult to assimilate all that information, I felt overloaded, and writing was the best way to free up space to absorb more. At times, the need to write in order to bring together the whirlwind of my thoughts keeps me awake at night. This was what I was looking for, I had never felt so serene and decided I would look into this further. I spent a few more days with the baba and then got ready to move on to the Parvati Valley and do more treks.

lunedì 14 novembre 2011

10/11/2011 Arrivo a Varanasi / Arrival in Varanasi



Sveglia prima dell’alba alle 4.30 dopo una notte da incubo a Gorakphur, cittadina di passaggio dal Nepal. Non ho chiuso occhio fino alle 2 per via del concerto di clacson di pullman e macchine sulla strada sotto l’ hotel, che si è protratto tutta la notte, mentre le zanzare banchettavano sul mio corpo in una stanza davvero sporca. Alle 3 è partito un generatore e si sentiva talmente forte che pensavo di averlo in camera – mi sono alzato varie volte per controllare.

Cosi zaino in spalla e con una faccia pallida ho raggiunto la stazione e trovato il treno. Salgo sui vagoni della classe più economica ( poco più di un euro per 250 km ), inizio a cercare un posto e mi accorgo come al solito di essere l’unico straniero. Dopo vari tentativi sono fortunato e trovo un posto libero. Ma dopo alcuni minuti arriva un omone grosso e barbuto che reclama il suo posto. Sono troppo stanco e gli chiedo per quale motivo sarebbe suo, mi fa notare un asciugamano e un giornale di sua proprietà, ma non insiste e se ne va.

 Inizia il viaggio e torno a rilassarmi osservando il paesaggio cambiare strada facendo. Ho attraversato un pianura paludosa tra villaggi e campi agricoli, notando la raccolta ordinata di sterco di vacca seccato che da queste parti è un vero e proprio business. Viene utilizzato come combustibile, fertilizzante e anche per isolare le case da umidità e insetti. Pensate che lo utilizzano pure mischiandolo con l’hashish per venderlo ai turisti meno esperti. A mezzora dall’arrivo a Varanasi, quando ormai lo scomparto sta trasportando più del doppio della gente permessa, arriva l’ennesima signora sulla quarantina tutta truccata che chiede un’offerta – nessuno parlava in inglese e non hanno potuto spiegarmi se era solo per elemosina. Le interessano i miei tatuaggi, mi scopre le maniche e la schiena. Poi mi stringe le guance, dice qualcosa di incomprensibile, e mi bacia sulla bocca. Rimango totalmente basito, si gira e se ne va – probabilmente le donne indiane sono più disinibite delle nepalesi.

Arrivo a Varanasi, mi scaricano sui binari, riesco ad uscire dalla stazione nonostante la marea di gente all’interno. Salgo su un ape che cerca di trasportarmi nell’ hotel del suo amico dall’altra parte della città di dove voglio andare. Insisto per farmi portare nella zona interessata cosi mi lascia nelle vicinanze. Vari cacciatori di turisti, che sulla strada cercano di approcciarmi, mi avvertono che oggi è l’ultimo giorno di un festival indù importante sul gange e che sono fortunato– Evvai !Questa è la città sacra in cui tutti gli induisti almeno una volta nella vita vengono a immergersi nelle sue acque e chi vuole uscire dal ciclo di nascita e morte viene a morire qua. Cammino per le strade principali, è il caos ed è difficilissimo farsi spiegare dove si trova la guesthouse. Incontro Mamou, un ragazzo indiano che si offre di accompagnarmi. Entro in un labirinto di vicoli stretti, chiamati gali, attorno ad edifici alti che non permettono il passaggio di raggi solari. All’interno dei vicoli si trova un affollamento di pellegrini, mendicanti, vacche, cani e sterco ma allo stesso tempo si avverte un insieme di odori forti contrastanti. Trovo l’Uma guesthouse che è gestita da un Ong indiana. Questa organizzazione si occupa di dare un istruzione scolastica a bambini poveri o disabili. La scuola è collegata all’ hotel dove mi sistemo in una stanza spartana a 2 euro, il 20% dell’incasso va alla scuola.

Dopo un ora di meritato relax - nelle ultime due notti avrò dormito 6 ore in tutto - non avevo idea dello spettacolo che mi stava aspettando. Assieme a due ragazze francesi ed una indiana scendo tra i gali fino ad un ghat (scalinata che porta al fiume). Appena inizio a intravedere il fiume rimango incantato da milioni di candele e luci ovunque, lo scenario è davvero romantico. Ultimo giorno di Deepwali, il festival indù delle luci che celebra in questo caso il fiume Gange. Inoltre siamo nel mese di Kartika, dedicato alla divinità Krishna.Salgo su una piccola barca a remi che mi porterà a visitare i vari ghat lungo il fiume. Milioni di devoti in festa ovunque, cantanti, balli e fuochi d’artificio. Si avverte un‘ energia travolgente. Augurando prosperità alla propria famiglia i fedeli lasciano scorrere sul fiume candele su corone di foglie. Mi innamoro di Varanasi in poche ore e mi rendo conto dell’immensa fortuna che ho ad assistere a tutto ciò per caso. La forze del mondo in questo momento sospirano per me come direbbe Coelho.

Sto trascorrendo giorni davvero intensi a Varanasi. Durante la festa del Children Day, ho visitato un’altra scuola che ospita bambini poveri o orfani nel suo edificio dando a loro un istruzione. Ho intervistato il direttore della SankatMochan Foundation, che ha dei progetti di pulizia del Gange nella zona di culto. Ho fatto una scelta importante per la mia vita e non solo. Terrò l’esclusiva di tutto ciò e di vari altri racconti, che per ora preferisco censurare, per il libro ampliando anche le descrizioni oggettive. Il blog è solo un breve riassunto di quello che sto vivendo in prima persona. Seguite le foto nel collegamento sulla destra “foto viaggio”.



I woke at dawn, 4.30 in the morning, after a terrible night in Gorakphur, a city in India on the way south from Nepal. I didn’t manage to get to sleep before 2.00 a.m. because of the all-night tooting of buses and cars in the road outside, while mosquitoes feasted on me in my really dirty room.
At 3.00 a.m., a generator started up. It was so noisy, I thought it was in my room and got up several times to check.

So with a pale face and my backpack on my shoulders I reached the train station and found a train.
I got into the cheapest carriages (just over €1 for 250 km) and started looking for somewhere to sit.
I noticed that, just for once, I was the only foreigner on board. After a short search, I was lucky enough to find an empty seat. A few minutes later, along came a big bearded man who claimed that I had taken his seat. I was so tired that I just asked him how it was his and he pointed at a towel and a newspaper of his there, but then left without insisting any more.

The journey started. I relaxed while watching the landscape change as the train made its way through a swampy plain between villages and fields, and noted that cow dung was carefully collected. Dung is truly a business here: used as fertiliser, house insulation against humidity and insects - even mixed with hashish and sold to gullible tourists!

Half an hour before arriving in Varanasi, when the train was carrying more than twice the number of passengers allowed, the umpteenth female beggar in her 40s with heavy make up came into the carriage. Nobody spoke English so nobody was able to tell me if she was just begging or what.
She showed interest in my tattoos and uncovered my sleeves and back. She then pinched my cheeks, said something incomprehensible and kissed me full on the lips! I was flabbergasted, she simply turned and left. Perhaps Indian women are less inhibited than Nepalese ones.

In Varanasi, I got down off the train onto the railway line and, despite the huge crowd, managed to make it out of the station. I got on a rickshaw and although at first the driver wanted to take me to the hotel of a friend of his on the other side of town compared to where I wanted to go, after I insisted, he dropped me off near where I wanted to stay. I was told by many ‘tourist hunters’ who came up to me that this was the last day of an important Hindu festival on the Ganges and that I was lucky to be there. Hooray! Varanasi is the holy city where all Hindus come at least once in their lives to bathe in the waters of the Ganges, whilst those who wish to break the cycle of birth and death come to die here. I walked along the main roads, which were totally chaotic, and it was extremely difficult to get directions to my guesthouse. I then met Mamou, an Indian boy, who offered to take me there. We entered a labyrinth of narrow alleys called ‘gali’ surrounded by high buildings that block out the sunlight. The alleys were crowded with pilgrims and beggars, there were cows, dogs and dung and strong contrasting odours. I finally found Uma’s Guesthouse, where I got a basic room for €2. The guesthouse is run by an Indian NGO that gives basic education to poor or disabled children, with twenty per cent of the money made by the guesthouse going to the school.

After a well-deserved hour relaxing - I had totalled around six hours’ sleep the pr
evious two nights - I had no idea of the spectacle I was about to witness. I walked down to the ghats (steps leading to the river) with two French girls and an Indian girl. From my first glimpse of the river, I was bewitched by the lights and candles everywhere, seemingly millions of them, making the place truly romantic. It was the last day of Diwali, the Hindu festival of lights which, in this case, celebrates the Ganges, and also the month of Kartika, dedicated to Krishna. I got on a small rowing boat to visit the ghats along the river. Everywhere there were devotees, singers, people dancing, fireworks, and the sense of an overwhelming energy. Wishing their families prosperity, the faithful put candles on

garlands and gently deposited them on the water. I fell in love with Varanasi after just a few hours and I realised how lucky I had been not to miss all this. Right now, as Coelho would say, the forces of the Universe conspire for me.

The days in Varanasi were really intense. On Children’s Day, I visited another school for poor children and orphans. I then interviewed the director of the Sankat Mochan Foundation, who is planning to reduce the pollution of the Ganges in the areas for religious services. I also made an important decision regarding my life: this blog is just a brief summary of my first-hand experiences, the book will have longer, more detailed descriptions. Check out the photos with the ‘travel pictures’ link on the right.


martedì 8 novembre 2011

Pagellino temporaneo Nepal / Temporary report Nepal

Ho deciso di creare un pagellino per giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro su questo viaggio potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                        :   5    strade secondarie disastrate, sovraffollamento nei mezzi
-          Cucina locale                               :   4    si mangia solo Dal Bhat e Momo
-          Ospitalità della gente                   :   9    gente gentilissima e pacifica
-          Costo della vita per uno straniero :   8    davvero economico vivi anche con 10 euro al giorno
-          Media Nepal                                :   6,5



I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

     Public transport:                    5, terrible secondary roads, overcrowded means of transport;
-          Local food:                           4, all you eat is Dal Bhat and Momo;
-    Friendliness and hospitality:   9, extremely kind and peaceful people;
-    Cost of living for a foreigner:  8, definitely cheap, you can live on €10 a day.
-
          Average for Nepal:              6.5

08/11/2011 Ultimo giorno in Nepal / The last day in Nepal


Dopo alcuni giorni trascorsi a visitare la maggior parte dei templi buddisti e induisti nelle vicinanze di Kathmandu, stamattina mi sono presentato per la seconda volta in ambasciata indiana per proseguire la richiesta del visto. Una settimana fa esatta ho effettuato la prima richiesta in cui si consegna un form compilato e paghi circa 3 euro, dopo di ciò ti invitano a ripresentarti tra una settimana.

Arrivo alle 8 per prendere il numero della coda, nonostante l’ufficio apra alle 9.30, ma trovo comunque una trentina di persone già in fila davanti a me.
Incontro varie conoscenze tra cui Rodney, un fricchettone americano di 64 anni, conosciuto in un pub che assomiglia a babbo natale con un cappellino da marinaio e la faccia davvero simpatica. Dopo un ora di attesa vedo arrivare pure Amjad, un ragazzo tedesco figlio di genitori turchi immigrati in Germania, conosciuto allo Shanti Jatra Organic Festival che ora vive da un mese in un monastero nelle vicinanze di Kathmandu a meditare. Conosco una coppia di italiani in viaggio da un anno, con il round the world ticket, che per fortuna dopo 3 ore di attesa riescono a farmi passare con loro. Consegno la richiesta compilata con foto e altri 30 euro al funzionario dell’ambasciata che mi dice di passare alle 17.

Nel mentre torno alla guesthouse perché ho un appuntamento su skype per un intervista sul mio viaggio, con Claudio Vigolo di Radio Lifegate, che dovrebbe andare in onda venerdì alle 18.30. Mi raccomando seguitemi.

Mi ripresento all’ambasciata e dopo un'altra ora di attesa finalmente arriva il mio turno ma quando mostro la mia ricevuta alla funzionaria dell’ambasciata mi respinge chiedendomi di aspettare ancora. Per fortuna mi accorgo di non essere l’unico vedendo l’espressione preoccupata di Rodney ma dopo pochi minuti finalmente arrivano gli ultimi passaporti tra cui il mio. Riprovo e questa volta mi appare un altro meraviglioso timbro sul mio passaporto!
Per un viaggiatore ricevere il visto d’entrata per un paese nuovo è un momento di gioia perché è come un tatuaggio che rimarrà impresso nella mente tutta la vita. Sono 5 anni che sogno di entrare in India grazie ad un libro che ha cambiato la mia vita, Shantaram.

Ora sistemo di nuovo lo zaino liberandomi dei vestiti pesanti e inutili, poi esco a bere l’ultima Everest (birra nepalese) che domattina alle 6 parto per il confine con il bus più economico e avventuroso possibile. Danjabaad Nepal ( grazie Nepal ).




After a few days spent visiting most of the Buddhist and Hindu temples around Kathmandu, this morning I went for the second time to the Indian Embassy for my visa. A week before, I had started the procedure, filling in a form and paying about €3 before being told to come back in a week. 

So there I was at the Embassy at 8 in the morning to get my number for the queue, and even though the office opens at 9.30 there were already about thirty people queueing up. I met various people I already knew, including Rodney, a 64-year-old American freak who looks like Father Christmas with a sailor’s hat and a really funny, friendly face. An hour later along came Amjad, a German Turk I had met at the Shanti Jatra Organic Festival. He had lived and meditated in a monastery near Kathmandu for a month. I also got to know an Italian couple who had been travelling around the world for a year on a round-the-world ticket and who managed, luckily for me, to take me with them into the office when they were finally admitted after a three-hour wait. I handed in my filled-out form with a photo, paid another €30 and was told to come back at 17.00. 

In the meantime, I went back to my guesthouse as I was going to be interviewed about my journey on Skype by Claudio Vigolo of Radio Lifegate. This should be broadcast on Friday at 18.30 - don’t miss it! 

Then back to the Embassy. Another hour’s wait and it was finally my turn, but when I showed my receipt to the officer he said I had to wait a bit longer. This worried me and I noticed I wasn’t the only one when I saw Rodney’s expression, but a few minutes later the last passports arrived, including mine with another wonderful new stamp in it! When you are a traveller, getting your entry visa to a new country is a moment of joy, it’s like a tattoo that will remain impressed in your mind forever. For five years I have dreamed of going to India, thanks to Shantaram, a book  that changed my life.

 I then sorted out my backpack, got rid of the now-unneccesary heavy clothing and went out for my last Everest (Nepalese beer) before leaving at six the next morning with the cheapest and most adventurous bus I could find. Danjabaad Nepal (Thanks Nepal).

venerdì 4 novembre 2011

29/10/2011 Tihar Festival



Dopo neanche un mese di viaggio sono già stato adottato da una famiglia nepalese. Kim mi ha invitato a festeggiare il Tihar festival con la sua famiglia nel villaggio sperduto su una collina della foresta in cui vivono. Il festival indù delle luci è molto sentito in Nepal, durante questi cinque giorni tutte le case vengono illuminate da candele o lampade in cherosene. Si celebra ogni giorno un tema diverso ma principalmente la vita e la sua prosperità. Arrivo in tempo per l’ultimo e più importante giorno. L’ultima celebrazione riguarda fratelli e sorelle un legame molto forte da queste parti.

La famiglia di Kim ha deciso di farmi partecipare a questa cerimonia come uno dei fratelli ed io non posso che essere onorato. Sono il primo straniero che viene invitato nel loro villaggio che si trova in una valle completamente fuori dagli itinerari turistici e poco accessibile. Ho camminato alcune ore nella foresta tra scimmie e farfalle per raggiungere la loro fattoria.

Inizia la cerimonia, vengo cortesemente invitato nella sala centrale della casa, una stanza di terracotta utilizzata per cucinare attraverso un braciere scavato nella terra. Mi siedo assieme ai miei nuovi due fratelli nepalesi. Le quattro sorelle ci camminano attorno lasciando cadere fiori sulla nostra testa. Si siedono in fronte a noi e augurandoci una lunga vita iniziano una alla volta a decorarci la fronte con tika di diversi colori, un marchio religioso che si pone sulla fronte con le dita. Ci donano diverse collane floreali con un fiore arancione che appassisce molto lentamente. Infine riceviamo del cibo e una birra. I fratelli per concludere la cerimonia devono dare un piccolo dono o un’offerta in denaro simbolica alle sorelle dopo aver segnato la loro fronte con il tika.

Terminato il rito si festeggia tutto il giorno sorseggiando Rakshi , il disgustoso vino nepalese. Poche ore dopo mi accorgo che son tutti ubriachi e naturalmente son tutti concentrati sullo straniero adottato. Si scherza, si balla e  canta fino a notte fonda.

Il giorno dopo Kim mi accompagna alla fermata del bus sull’unica strada al limite del praticabile che arriva vicino al villaggio a ben due ore di cammino. Per pochi minuti perdo l’ultimo mezzo partito, saluto Kim ed inizio ad aspettare il prossimo. Non avevo idea di che avventura mi stava accadendo. E’ stata la più lunga attesa per un bus senza successo della mia vita. Ho aspettato 20 ore dormendo sul marciapiede nel mio sacco pelo in attesa che si facesse vivo qualcuno.
Alle 6 del mattino ho deciso di iniziare a camminare lungo la strada per capire che succedeva. Sono partito con poca acqua, pochissimi soldi - perchè non ho incontrato bancomat per 2 settimane - e soprattutto senza cibo. Appena ho iniziato a camminare mi sentivo già meglio, sentire che ero di nuovo in movimento verso qualcosa di sconosciuto mi rilassava. Dopo un ora circa fortunatamente ho incontrato un furgone cassonato, colmo di gente locale, che mi ha caricato al volo. In  uno spazio del cassone di sei metri per due circa c’erano una cinquantina di persone ammassate una sopra l’altra in posizioni improvvisate. Mi rendo conto di non essere stato l’unico ad avere problemi di trasporto in quei giorni. Vengo a sapere che il traffico si era paralizzato per un giorno a causa di un incidente mortale sul mezzo che ho mancato per pochi minuti. La benedizione delle sorelle ha funzionato !

Ho sofferto per quattro ore su quel furgone provando varie posizioni senza successo. Tuttavia mi sono reso conto che la vera avventura in posti come il Nepal è viaggiare con i mezzi di trasporto pubblici o di fortuna assieme ai locali. Scordatevi la comodità, anzi le vostre ossa e i vostri muscoli soffriranno parecchio ma c'è qualcosa di speciale nella complicità e solidarietà che si crea tra i viaggiatori, anche con me che spesso sono l'unico straniero. Da tutto ciò si forma la base culturale di questo paese.


Not even a month of travelling and I was ‘adopted’ by a Nepalese family. Kim invited me to celebrate the Tihar festival with his family in a remote village on a hill in a forest. The Hindu festival of lights is really important here in Nepal. In the five days it lasts, all the houses are lit with candles and kerosene lamps. Every day a different theme is celebrated, but basically life and prosperity. I arrived just in time for the last and most significant day, which celebrates the very important bond between brother and sister. Kim’s family decided I could take part in the ceremony as one of the brothers, something I felt greatly honoured by. I was the first foreigner to be invited to their village, which is completely off the tourist track and not easily reached: it took several hours on foot through a forest full of butterflies and monkeys to reach their farm. 


The ceremony began and I was politely invited to the central room of the house. The room was made of baked clay and the cooking was done on a brazier dug into the floor. I sat next to my two
new Nepalese brothers while the sisters first walked around us, letting flowers fall on our heads, then sat before us, wished us a long life, and applied different-coloured tikas, religious marks, to our foreheads with their fingers. They gave us several flower necklaces with orange flowers that wither very slowly. Lastly, we were served food and beer. To conclude the ceremony, after marking their sisters’ foreheads with tikas, the brothers had to give them a small gift or symbolic sum of money.
After this ritual, everybody drank Rakshi, a rather nauseating Nepalese wine. A few hours later,
I realised that everybody was drunk and, of course, all interested in their ‘adopted’ foreigner.
There was singing, dancing and joking well into the night. 


The next day, Kim walked with me from the village to the bus stop on the nearest road, which was not only almost impassable, but also a good two-hour walk away. Unfortunately, I missed the bus by just a few minutes, so we said goodbye and I got ready to wait for the next one. I had no idea that it would be the longest I’d ever waited for a bus: twenty long hours, with only the side of the road to sleep on in my sleeping bag, whilst waiting for some form of transport to show up.
 At six the next morning, I decided to set off down the road. I had little water, hardly any money – no sign of a cash machine for two weeks – and, above all, no food. But as soon as I got moving, I started feeling better, knowing that I was on the way again towards something unknown. Luckily, after an hour or so I came across a box truck and managed to get a lift, although it was already jam-packed: fifty-odd people squashed like sardines in the space of only six metres by two. I was clearly not the only one finding it difficult to be going places, and later learned that the traffic had been paralysed for a day because of a fatal accident involving the bus I had missed by just a few minutes the previous day. The sisters’ blessing had worked!

I tried several times to find a comfortable position in the lorry, but none worked and in the end the journey was four hours of suffering. It struck me that travelling with the local people on public transport or whatever turns up is part of the adventure in places like Nepal. You can forget about comfort, your body will ache and ache - but there is something special in the togetherness and mutual support that grows between travellers - even with me, and I’m often the only foreigner. This is the basis of this country’s culture.


lunedì 31 ottobre 2011

28/10/2011 Circuito dell'Annapurna / The Annapurna Circuit

Appuntamento con la dimora delle nevi eterne, la catena dell’Himalaya. A metà ottobre ho iniziato il trekking più impressionante della mia vita. Circuito dell’Annapurna, 300 chilometri percorsi con i piedi, l’unico mezzo datoci dalla natura e che la nostra cultura si sta dimenticando, per valicare uno dei passi più alti al mondo senza scalata, a 5416 mt il Thorung La. 300 chilometri di fatica e sudore ma soprattutto di vita affrontando diversi ostacoli lungo il cammino. Si parte da Besi Sahir percorrendo la valle più profonda del mondo a 800 m tra foreste subtropicali attraverso risaie risalendo il maestoso fiume Marsyangdi su ponti sospesi con camminate iniziale di circa 7 ore al giorno soffrendo il gran caldo e l’adattamento dei piedi alla nuova superficie terrestre.

Dopo alcuni giorni si entra nella valle di Manang, ricca di ruote di preghiera buddiste e bandierine tibetane, attraverso uno spettacolare altopiano che porta ad un canale lungo il fiume. Oltre ad una certa quota verso i 3000 mt diminuiscono le ore di cammino per permettere al proprio fisico di acclimatarsi. In questo periodo sono troppo assetato di strada per fermarmi e decido di non rispettare il giorno di acclimatamento a 3500 mt suggerito da tutte le guide nonostante stia pure nevicando. Continuo a salire oltre i 4000 e subentrano gli ostacoli dell’altitudine.

A due giorni dal passo avverto un forte mal di testa ma decido di non dire niente a Kim, il mio compagno di trekking nepalese. Arrivo a 4400 mt per affrontare l’ultima notte prima del passo. Mi sento meglio e mi tranquillizzo, nel pomeriggio salgo a 5000 e torno al rifugio per l’ultima notte. Un altro escursionista danese, l’unico che ha mantenuto il mio ritmo di camminata dall’inizio, sta male con forti sintomi di mal di montagna una malattia che in alcuni casi può essere mortale. Vedere lui in quello stato non mi tranquillizza. Provo ad andare a dormire ma non chiudo occhio tutta la notte patendo pure il freddo con temperature sotto lo zero.

Sveglia all’alba alle 4 per iniziare la grande sfida con le montagne, la giornata più difficile. Si parte da 4400 mt per valicare il passo a 5416 mt in 4 ore e tornare giù a Muktinath un tempio sacro hindù a 3800 mt. La salita ad alta quota è durissima, lo zaino che pesa circa 8 chili sembra pesarne 50. Il mio corpo sembra reagire bene quindi continuo a salire di tutta fretta ammirando ogni tanto il meraviglioso panorama alle mie spalle con la vista dei vari Annapurna e del maestoso Gangapurna. Vedo la punta del Thorung La, il passo è vicino. Arrivo a 5000 sento che ormai è fatta manca ancora un oretta, un altro sogno è vicino. Poi all’improvviso a 200 mt di altitudine dall’arrivo un blackout improvviso avviene nella mia testa. Inizio ad avere forti perdite di equilibrio, la testa ed i piedi si scaldano improvvisamente e sento che sto per svenire. Mi guardo attorno e sembra che anche altri escursionisti abbiano lo stesso problema. Una ragazza francese spaventata mi chiede dell’acqua. Che fare?
In quel momento tornare indietro era fuori da ogni mia logica, fermarsi sarebbe stato peggio perché il mal di montagna diminuisce solo scendendo. Decido di continuare, stringo i denti ed inizio a camminare come uno zombie con uno zaino che mi preme sempre più sulla schiena e le gambe. Ogni mio pensiero era concentrato sul movimento delle gambe e sul cercare di non cadere. Dopo alcuni metri interminabili ecco il passo comparire come l’acqua nel deserto davanti ai miei occhi. Lacrime di gioia, una sensazione davvero unica è esplosa dentro a me. Dopo 9 giorni di cammino ecco il sogno realizzarsi. Il chorten e le bandierine tibetane davanti a me. Le foto, i salti di gioia e il mal di montagna che svanisce. Poi 7 minuti tutti per me, le persone care soprattutto quelle che non ci sono più. 7 minuti di “Starway to Heaven” dei Led Zeppelin.

Dopo tutto ciò inizia una lunghissima discesa durissima per le ginocchia. Dislivello di 1600 mt in 3 ore per raggiungere l’arida ma spettacolare valle del Mustang. Arrivato a Muktinath vengo a sapere da altri trekker che molti hanno valicato il passo sotto effetto del Diamox, un medicinale per il mal di montagna, o con un mulo che si poteva affittare vicino al passo. Si continua a scendere e si torna a camminare 7/8 ore al giorno però purtroppo il paesaggio più si scende e più è rovinato dall’eccessivo traffico di questa zona. Ho concluso il circuito in 14 giorni, normalmente ci si impiega dai 16 ai 20 giorni. Sò di aver forse un po’ esagerato ma so che in questo momento la mia sete di strada è infinita e camminare verso posti sconosciuti rilascia una sensazione di benessere particolare nel mio animo avvertita solo in viaggio.

Potrei scrivere a lungo su questi 14 giorni ma riservo l’esclusiva al libro che pubblicherò una volta terminato questo sogno incredibile. Se terminerà. Seguite le foto dell’avventura su flickr, basta cliccare su foto viaggio nel collegamento a destra.




Appointment with the Himalayan Range, place of eternal snow. In the middle of October, I started the most impressive trek of my life: the Annapurna Circuit. 300 kilometres on foot, the only means of transport given to us by nature yet one our culture seems to have forgotten, to cross without climbing one of the highest passes in the world: Thorung La, at 5416 metres. 300 kilometres of physical exertion, of life experiences and obstacles to overcome. I started in Besi Sahir, walking through rice fields and subtropical forest in the deepest valley in the world at an altitude of 800 metres, going up-river along the Marsyangdi, crossing suspension bridges and walking up to 7 hours a day suffering from the heat and getting used to the uneven terrain. 


After a few days I entered the Manang valley, which is full of Buddhist prayer wheels and Tibetan flags, through a spectacular plateau that leads to a passage next to the river. When I reached 3000 metres of altitude, I had to cut down on the number of hours walked per day to let my body acclimatise. However, I badly wanted to keep going, so I decided to skip the day of acclimatisation at 3500 metres, even though all the guidebooks advise it and it was even snowing. I kept on walking up to 4000 metres and beyond - and then altitude sickness kicked in. 


Two days away from Thorung La Pass I had a tremendous headache but I decided to say nothing about it to Kim, my Nepalese trekking partner. I reached 4400 metres and stopped there, getting ready to take on the high pass the next day. Then I started feeling better and this came as a relief, so I trekked up to 5000 metres then came back down for the last night at the place I was staying in.
Another trekker, a Dane, the only one to have kept up with me since the beginning, was sick with severe high altitude sickness, which that can lead to death. Seeing him in that condition made me uneasy. I tried to sleep but spent the night awake, shivering in the sub-zero temperatures.

Up at dawn, at 4 o’ clock, to begin my challenge with the mountains, my hardest day on the trek.
It starts at 4400 metres, rising to the pass at 5416 after four hours, then going down to Muktineth,
a sacred Hindu temple at 3800 metres. Trekking at high altitude is strenuous, my 8 kg backpack seemed to weigh fifty. However, my body seemed to be handling everything well, so I carried on at a fast, steady pace, stopping every now and then to admire the wonderful views of Annapurna and Gangapurna. I was then able to see Thorung La Pass, not too far away, and on reaching the 5000 metre mark, I knew success was only an hour ahead. Then, only 200 metres short of the pass, I hit a wall: I started having problems with my balance, my feet and head were getting hot and I felt as if I was about to faint. I looked around and noticed others having the same problem. A French girl asked me for some water. What to do?
Turning back was out of the question; stopping there would have made things worse because mountain sickness only goes away if you move to a lower altitude.
I decided to carry on, gritted my teeth and started walking like a zombie, my backpack weighing me down more and more, my only thought to keep my legs moving properly and not to fall over.
After what seemed endless metres, the pass appeared before me, like an oasis in the desert.
My eyes filled with tears of joy and there was an incredible feeling inside me. After nine days of trekking, this dream had finally come true. The chorten and Tibetan flags next to me, the picture-taking, the dancing around with joy, the mountain sickness gone. And then seven minutes for myself, those I love and, especially, those no longer here: the seven minutes of Led Zeppelin’s Stairway to Heaven. 


Now there was the long long way down, really hard on the knees, with a difference of 1600 metres in three hours before reaching the arid but spectacular Mustang valley. Once in Muktinath, I learned from other trekkers that many of them had crossed Thorung La Pass on Diamox, a medicine for mountain sickness, or with a donkey they had rented close to the pass. I kept going downhill, soon walking 7-8 hours a day again, but unfortunately the lower you come, the more the landscape is spoilt by the heavy traffic of the area. 


I did the trek in a fortnight, whereas most people take 16-20 days, so I know I overdid things, but I also know that at the moment all I want to do is get back on the road – there’s a special sense of well-being inside me that I get only when I’m on my way towards unknown places. There’s much more I could write about this fortnight, but I’m keeping a lot for my book, which will be published when this incredible dream has ended - if it ever does.
To see photos of this adventure on Flickr, just click on ‘Travel Pictures’ on the right.


giovedì 13 ottobre 2011

13/10/2011 Shanti Jatra Organic Festival



Martedì mattina all’alba ritrovo al Funky Buddha. In una fattoria organica nella valle di Kathmandu inizia un festival con alcuni sadhu (induisti asceti) e sciamani dei villaggi della zona. Dopo aver fatto avanti e indietro diverse volte dal punto di ritrovo e il bus, per incomprensione di organizzazione, sono riuscito a salire su uno dei mezzi di trasporto per il festival. Dovevano essere due ore di viaggio ma naturalmente sono diventate quattro. Davanti all’ imponente panorama dell’ Himalaya abbiamo attraversato stradine sterrate piene di buche, la sensazione era di essere su una barca con il mare mosso solo che a fianco alle nostre ruote non c’era il mare ma diversi dirupi profondi. Da queste parti credo sia abituale e dovrò abituarmi alle vertigini.

Dopo quattro intense ore finalmente arrivo alla location del festival, immerso nel verde su una collina davanti alla catena Himalayana, paesaggio naturalistico mozzafiato. Sistemo la tenda davanti a questo meraviglioso panorama vicino agli altri ragazzi giunti fin qua da ogni parte del mondo. Ho conosciuto francesi, tedeschi, inglesi, svedesi, canadesi, russi, libanesi, israeliani, cinesi, turchi, iraniani, indiani e tanti nepalesi arrivati dai villaggi confinanti. Durante il festival era possibile assistere a vari spettacoli culturali e musicali di diversi generi.

Un sadhu (foto) ha raccontato la sua storia, narrando che quindici anni fa a Pondicherry in India ebbe un’ illuminazione attraverso la quale gli svanì la fame. Si nutre solo di energia solare attraverso la meditazione in fronte al sole per diverse ore della giornata, la fotosintesi è la sua essenza vitale. Ho osservato le sue sedute di meditazione e sembra che entri in trance completamente ipnotizzato dal sole. Non ho trascorso il festival a pedinarlo per controllare, sarà vero???

Gli sciamani dei villaggi vicini sono venuti a danzare e cantare secondo i loro rituali, abbiamo conosciuto la musica nepalese danzando noi stranieri assieme ad anziani e bambini venuti in massa per avere un contatto culturale ma soprattutto umano molto forte. Ho provato una grande gioia (video) attraverso a questo incontro e credo proprio che sia stato lo stesso per loro.
Per chi voleva danzare di notte sotto la luna piena, nonostante la forte escursione termica, poteva scegliere se danzare a ritmo di trance o a ritmo di chillout.
Sono stati tre giorni davvero unici a livello umano, culturale e ambientale.

Il festival è terminato un giorno prima perché purtroppo uno degli organizzatori più anziani è morto per un infarto. Giusto concludere.
Stamattina appena appresa la notizia son saltato sul primo bus per Kathmandu. Il prossimo obiettivo è sicuramente il più alto che abbia mai avuto. Quindici giorni di trekking attorno al circuito dell’Annapurna, valicando il passo Thorung La a quota 5.400 m davanti a vette oltre gli 8.000.

On Tuesday morning, the meeting point was at Funky Buddha. On an organic farm located in the Kathmandu valley, a festival with local sadhus (Hindu ascetics) and shamans was starting. Although the lack of organisation led to my going back and forth several times from the meeting
point to the buses, I finally managed to get onto one going to the festival’s location. The journey was supposed to last two hours but ended up lasting twice as long. We drove along damaged and uneven roads with the massive Himalayan landscape before us, feeling as if we were on a rocking boat - except that instead of water around us there were precipices on the side of the road. I thought that I would have to get used to this since it is normal here. 


After four intense hours, I finally arrived at the festival’s location on a green hill in front of the breathtaking Himalayan range and put up my tent next to those of other people who had come here from all over the world. There were French, Germans, English, Swedish, Canadians, Russians, Lebanese, Israelis, Chinese, Turks, Iranians, Indians but also many local people. During the festival we saw different cultural shows and musical performances. 


A sadhu (photo) told his story: fifteen years ago in Pondicherry, in India, he had become enlightened and his hunger ceased. He now feeds on solar energy, while meditating many hours a day: photosynthesis is his vital essence. I observed him during his meditation and it seemed as if he went into a trance, completely hypnotised by the sun. I didn’t spend my time at the festival keeping an eye on him all the time, so I don’t know whether his story was true or not! 


The shamans from the nearby villages came to dance and sing according to their rituals. We got to hear Nepalese music, with foreigners and locals of all ages dancing together - not only a cultural event, but also very much a social one. This made me very happy (video) and I think I can say the same for the others. Although it had become cold, those who wanted to could dance under the full moon to trance or chillout music. These three days were truly unique, from a human, cultural and environmental point of view. Unfortunately, the festival ended a day early because one of the older organisers died of a heart attack, so the decision was taken - rightly - to end the festival. 

This morning, as soon as I heard the bad news, I got onto the first bus to Kathmandu. My next goal will certainly be the ‘highest’ I’ve ever had: trekking for fifteen days on the Annapurna circuit, crossing Thorung La Pass at 5400 metres with a backdrop of peaks reaching over 8000 metres.






lunedì 10 ottobre 2011

09/10/2011 Prima notte a Kathmandu / First night in Kathmandu

Decido di uscire sul presto la prima sera a Kathmandu per osservare la città versione by night. Dopo poche vie inizio già a provare un accenno di insopportazione verso la situazione che mi circonda, baccano di clacson senza sosta, smog , macchine e motorini che mi sfiorano in ogni angolo. Vedo un gruppo di persone, mi avvicino incuriosito ed assisto alla prima rissa del mio viaggio. Una ragazza nepalese, vestita alla moda, grida e tira pugni in faccia ad un giovane circondato da fratelli e amici di lei, naturalmente ogni tanto anche gli amici gliene tirano uno. Capisco subito che questa città non è quello che voglio vedere del Nepal e per fortuna me ne andrò tra due giorni, destinazione la valle attorno Kathmandu.
Decido di entrare da qualche parte, non conoscendo nessun posto entro a caso in una porta che attraverso un corridoio porta ad una scala per il piano di sopra, con un salto nel buio  sono al Sam’s pub. L’ambiente è poco illuminato con alcune candele, il locale sembra proprio un pub di un altro mondo per la gente che lo anima, un mix etnico che non si vede spesso nei pub europei. Mi siedo al bancone nell’unico sgabello disponibile affianco ad un nepalese e ad un israeliano, la barista è austriaca ed è proprietaria, barista e dj. Ho trascorso 4 ore in quel pub e doveva essere solo un aperitivo, ho chiacchierato con un antropologo israeliano di nome Drew che si trova a Kathmandu per studiare la globalizzazione. Abbiamo brindato assieme a due signori nepalesi che continuavano a riempirci di domande, la regola numero uno per tutti quanti era non parlare di politica ma parlare della vita e brindare ad essa.
Ad un certo punto io e Drew ci rendiamo conto che è arrivato il momento di mangiare qualcosa anche perché qua i locali chiudono tutti verso mezzanotte. Usciamo ed infatti stavano chiudendo i ristoranti ma dopo alcune vie ne trovo uno aperto con cucina locale. A cena terminata saluto Drew e torno all’ostello attraversando la città ormai mezza vuota e trovandola decisamente più ospitale. Good night Kathmandu !

I decided to go out early on my first evening here to see Kathmandu by night. After I had gone down just a few roads, the non-stop tooting and exhaust fumes of the cars and scooters barely missing me at every corner had become irritating. I saw a group of people and as I moved closer out of curiousity, I saw the first fight on my travels: a fashionably-dressed Nepalese girl was shouting at a young man and punching him in the face. Some of her family and friends were standing around him and occasionally taking a swing at him, too. I quickly realised that this city was not what I wanted to see of Nepal, so it was just as well that in two days I’d be moving on, into the surrounding valley.

I decided to go for a drink and, not knowing any pub in particular, walked in through the first doorway I came to, down a corridor and up a flight of stairs into Sam’s Pub. This was feebly lit by candles and really did seem like a non-European pub because of its unusual ethnic mix of regulars.
I went up to the bar and sat on the only empty stool, next to a Nepalese and an Israeli. The barmaid, who was Austrian, turned out to be the owner of the place as well as the dj. I had only gone there for an appetizer but ended up spending four hours there, chatting with an Israeli anthropologist named Drew, in Kathmandu to study globalisation. We drank with two Nepalese men who kept asking questions, the only rule being to talk not about politics but about life and to make toasts to it.

At a certain point, Drew and I realised it was getting late to eat, because all the places shut down around midnight. As we left the pub, we saw that most places were already closed but after a short walk we found a local eating place. After dinner, I said goodbye to Drew and headed back to the hostel through the streets that were by now half-empty and decidedly more hospitable
Good night Kathmandu!