528 days, 95450 km and 24 countries. Around the world trip without flights was completed March 18, 2013. This is not a point of arrival but the beginning of a fairy tale that I will continue to tell around the world. After publishing VAGAMONDO i came back on the road. Photos, videos and stories of a free life dedicated to the travel.

venerdì 23 marzo 2012

20/03/2012 All'avventura nel remoto nord del Laos / Adventure in remote northern Laos



Apro gli occhi alle 3 del mattino. Da due settimane mi capita spesso di svegliarmi a quell’ora e non riuscire a riaddormentarmi.. Mi sono abituato a questo orario durante il ritiro di meditazione in cui ci svegliavamo alle 5 e dopo il corso continuo ad avere gli stessi orari. Vado in bagno apro il rubinetto, si rompe tra le mie mani e parte un getto impazzito d’acqua che mi fa letteralmente la doccia e non trovo modo per fermarlo se non rinserire la manopola e cercare di chiuderlo – che bel risveglio ! Bagnato fradicio mi rimetto sotto le coperte cercando di riprendere sonno.

Dopo alcune ore di attesa mi dirigo alla stazione dei pullman di Oudomxay, una località di transito al centro nord del Laos che sembra una città fantasma per la cenere piovente e il fumo derivante dai campi agricoli che bruciano attorno. Mi metto in coda in attesa che apra la biglietteria per prendere un biglietto per Phongsaly. Sono entrato in Laos con sete di avventura dopo aver visitato un paese esageratamente turistico come la Thailandia così senza guida e seguendo il consiglio di un esperto trekker torinese, che vive in Nepal, ho deciso di raggiungere questa cittadina montana nella provincia settentrionale del Laos confinante con Cina e Vietnam. Questa zona, una delle più remote del paese e percorsa solo da una lunga strada sterrata., è poco battuta dal turismo ma a parere del mio suggeritore offre i trekking interessanti del Laos.

Il pullman pubblico è uno spettacolo, completamente sgangherato e malandato con sedili marci. Sono tutti impegnati a caricare merce sul tetto che trasporta di tutto: ruote, tubature, tegole, ventilatori, zaini, sacchi di riso o mais, sacchi di verdura e tante altre cose ancora. Caricano merce anche all’interno del pullman e mi trovo tra i piedi barattoli enormi di vernice da 15 litri e altri sacchi di mais. La gente è altrettanto uno spettacolo, mi ricordano i nepalesi, di una semplicità e innocenza disarmante. I bambini sono buffissimi con cappellini decorati con dei pupazzi di animali tra cui maialini o conigli. Mi accorgo pieno di gioia di essere l’unico straniero con una sessantina di laotiani di cui nessuno parla inglese, è proprio quello di cui avevo bisogno: avventura !

Dopo aver caricato l’impossibile partiamo per i 230 chilometri che ci attendono, ma dopo neanche un ‘ora abbiamo la prima sosta forzata dovuta al foraggio di una gomma. Mi siedo a bordo strada con le donne laotiane impegnate a tenere a bada i bambini. Noto un tipo di pianta che al solo leggero tatto rinchiude le foglie dentro sé, la mostro ad una signora che sorride e tutta divertita inizia tirare pugni alla pianta. Dopo pochi minuti in cui mi ero distratto, mi volto e vedo la stessa signora super grezza che con un bastone tirava colpi alla pianta!

Si riparte e dopo poco ci rifermiamo all’ultimo bivio prima dell’inizio della lunga strada sterrata che ci porterà a Phongsaly, carichiamo altra merce e altra gente tra cui una ragazza straniera che conosco solo una volta arrivati a destinazione. Alle bancarelle vendono animali cotti in vari modi e mi sembra di aver visto dei pipistrelli. Ripartiamo belli pieni a più non si può e inizia una parte di viaggio assai più dura perché la temperatura si alza e siccome le ruote anteriori alzano nuvoloni di sabbia siamo costretti a tenere i finestrini chiusi rimanendo senza aria, ma ci si adatta (video). Tra le nuvole di polvere riesco ad osservare il paesaggio che varia dai campi agricoli bruciati ai campi di coltivazione di zucche o piantagioni di banane. I pochi villaggi che incontriamo nella loro semplicità sembrano vivere indietro nel tempo, sicuramente questa parte di Laos è rimasta incontaminata nelle sue tradizioni.

Il mio vicino di posto (foto) sembra non aver mai visto uno straniero, mi guarda i tatuaggi stupito, controlla il lettore mp3 come se non ne avesse mai visto nessuno, era stupito dei peli che avevo sulle gambe - i laotiani non ne hanno. Era grezzo come pochi sputava continuamente e quando si è mangiato un pezzo di pollo sparava ossicini in aria. Ad ogni pausa, che era l’unico momento in cui potevo aprire il finestrino, fumava. Si è addormentato varie volte sulla mia spalla e ad un certo punto tutto sudato si è levato la maglietta ed era un piacere trovarselo addosso addormentato con quelle temperature.

Beh il viaggio è durato 12 ore, contando 2 ore di soste ne rimangono 10 per 230 chilometri quindi una media di 23 chilometri orari. Nel buio totale dei villaggi antecedenti, che vivono senza luce, sono arrivato all’entrata della cittadina di Phongsaly ed ho conosciuto la ragazza straniera, salita sul pullman all’ultimo grande bivio, proveniente dal Galles. Ci mettiamo alla ricerca di una guesthouse, impresa che si rivelerà ardua. La maggior parte della città è completamente al buio e le poche persone che incontriamo o sono ubriache o non parlano inglese. Camminiamo a zonzo per un ‘ora finchè troviamo due poliziotti e riusciamo a farci capire solo scrivendo a penna su un foglio .

Troviamo una guesthouse ma è piena, proviamo ad un'altra vicina e ci sistemiamo in una stanza sporca con alcuni scarafaggi ma è l’unica soluzione e l’accettiamo. Chiediamo se hanno da mangiare ci avvertono che entro 10 minuti salta la luce. Infatti pochi minuti dopo, quando arriva il riso con verdure, rimaniano nuovamente al buio finchè non accendono una piccola luce. Mangiamo e decidiamo di fare una camminata, ma ci accorgiamo che tutta la città è al buio e sono appena passate le 9 di sera. Non ci rimane che andare in camera con gli scarafaggi a dormire in attesa di un nuovo giorno per cercare un trekking diretto nei villaggi dove vivono le minoranze etniche del Laos. Tra queste figurano gli Hmong, gruppo etnico dell’opposizione al governo che con militanti ribelli fece parte alla guerra civile di diversi anni fa.


I opened my eyes at three in the morning. For two weeks, I’ve often woken at this time without managing to fall asleep again. I got used to this time during my meditation retreat where we woke at five in the morning and it has stayed. In the bathroom, the tap broke in my hands, spraying me with water. There was no other way to stop it than to force the tap back into place and close it - what a great way to wake up! Soaking wet, I went back to bed and tried to get some more sleep.

After a few hours’ wait I went to the bus station at Oudomxay, a transit place in northern Laos that looks like a ghost town with all the smoke and falling ashes from the burning fields all around, and queued to buy a ticket to Phongsaly. After visiting an excessively touristy country like Thailand, I entered Laos craving adventure, so without a guide - on the advice of an expert trekker from Turin living in Nepal - I decided to reach this mountain town in northern Laos, bordering on China and Vietnam. One of the remotest areas in Laos, crossed only by a long dirt road, the area doesn’t get many tourists but my adviser thought there could be some interesting treks there.

The bus was spectacular: completely ramshackle and seats falling to pieces. Everybody was busy loading all sorts of goods on the roof: wheels, tubes, tiles, fans, backpacks, sacks of rice, maize or vegetables and many other things. Goods were also loaded inside the bus, and there were enormous 15-litre tins of paint at our feet. The people were also spectacular, reminding me of the Nepalese, with their disarming simplicity and innocence. The children looked very amusing, with their coloured hats decorated with pigs and rabbits and other animals. I was happy to see I was the only foreigner among sixty-odd Laotians, none of whom spoke English; this is exactly what I needed: adventure!

After everything that could be loaded was loaded, we set off: 230 kilometres awaited us, but after not even an hour the bus had to stop because of a flat tyre. I sat at the side of the road with Laotian women who were busy keeping an eye on the children. I noted some kind of plant whose leaves retract at the slightest touch and showed it to a lady who smiled then started punching it. A few minutes later, after being distracted, I turned round and saw the same coarse woman hitting the plant with a stick!

We started off again, but stopped soon after at a crossroads, at the last fork before the long dirt road leading to Phongsaly, to load yet more goods and people, including a foreign girl I got to know only on reaching our destination. Some stalls were selling various types of animals cooked in different ways and I think I saw bats, too. The overloaded bus left once again and the hard part of the journey began, the temperature rose but we couldn’t open the windows because of the dust raises by the front wheels of the vehicle, but we made the best of it (video). Through the clouds of dust I could see some of the landscape with its burnt fields, pumpkin fields and banana plantations. The few villages we drove past seemed in their simplicity to have stopped in time. In this part of Laos, for sure, traditions have not changed.

It seemed that my seat mate (picture) had never seen a foreigner before: he stared at my tattooes, checked my mp3 player as if he had never seen one before and was amazed by the hair on my legs - Laotians don’t have any. He was a slob, spitting nonstop and sending a shower of tiny bones flying through the air when he ate a piece of chicken. Every time the bus stopped for a break, which was the only time we dared open the windows, he smoked. He fell asleep several times with his head on my shoulder and at one point was so sweaty he took his t-shirt off. What a pleasure to have him leaning on me in that temperature.

Well the trip lasted twelve hours: two for breaks and the other ten to cover the 230 kilometres, giving an average of 23 kilometres per hour. After the darkness of the the previous towns without light, we reached the entrance of Phongsaly and I got to know the foreign girl who had got on the bus at the last big junction. She was from Wales. We started looking for a guesthouse and that turned out to be a hard job. Most of the city was unlit and the few people we came across were either drunk or spoke no English. We wandered for an hour until we found two policemen and even then we managed to communicate only by writing on paper.

We eventually found a guesthouse but it was full, so we tried another one nearby and, seeing there was no other choice, took a dirty room with cockroaches. We asked if we could have something to eat and they warned us that in ten minutes the light would go. Indeed, a few minutes later it did go, just as our rice and vegetables arrived, and we remained in the dark until a tiny light was lit. We ate and then decided to go for a walk but realised that the whole city was without light, this just after nine in the evening. All we could do was return to our cockroachy room with and go to sleep, waiting for a new day to look for a trek to the villages where Laotian ethnic minorities live. One of these minorities are the Hmong, who opposed the government with rebel militia and took part in a civil war some years ago.



domenica 18 marzo 2012

Pagellino temporaneo Thailandia / Temporary report Thailand

Nuova puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

-          Trasporti pubblici                               :   7,5
-          Cucina locale                                     :   6
-          Ospitalità della gente                          :   7
-          Costo della vita per uno straniero       :   7,5

-          Media Thailandia                               :   7


Newinstalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

-          Public transport                                    :   7,5
-          Local food                                             :   6
-          Friendliness and hospitality                  :   7
-          Cost of living for a foreigner               :   7,5

-          Average for Thailand                           :  7

domenica 11 marzo 2012

10/03/2012 Il piacevole ritmo lento di Pai / The pleasant slow rhythm of Pai



Vengo piacevolmente svegliato da una chiamata di un caro amico che non sentivo da 5 mesi, dopo di che di primo mattino raggiungo il ponte che attraversa il fiume dell’omonimo villaggio di Pai mentre osservo gli abitanti aprire lentamente le loro attività. Appuntamento con Ellen, una viaggiatrice svedese conosciuta in una guesthouse di Kandy (Sri Lanka) ed incontrata per caso ieri poche ore dopo il mio arrivo. Programma della giornata: affittare due bici per esplorare villaggi montani e una cascata nella jungla distante una decina di chilometri ad ovest di Pai.

La strada è in buono stato ma è in leggera pendenza in salita per i primi 5 chilometri per poi aumentare decisamente la difficoltà negli ultimi 5; nulla di proibitivo ma in caso di non perfetta salute meglio lasciar perdere. Purtroppo la visibilità è notevolmente ridotta in questo periodo perché, essendo la stagione secca, gli agricoltori bruciano i campi per prepararli prima dell’imminente arrivo dei monsoni. Le montagne non sono visibili e una leggera nebbia ci accompagna per tutta la giornata rendendo pallido il sole.

La prima fermata è in un piccolo villaggio che si sviluppa attorno ad un tempio, Wat Nam Hoo, dentro al quale sono custodite diverse statue di Buddha tra cui una particolarmente sacra perché pare che in passato abbia trasudato dalla testa acqua benedetta. Il tutto in un area verde con un delizioso laghetto di fiori di loto e un piccolo mercato locale. Tappa successiva un villaggio cinese, due colonne rosse con delle scritte in cinese delimitano l’entrata, in cui è riscontrabile nettamente la differenza tra gli altri villaggi per via dell’architettura e dello sviluppo adatto al turismo che sta prendendo piede con degli edifici nuovi nello stile kitsch cinese. Osservo davanti ad un portone un bastone di legno tagliato perfettamente con alcune piume nere affisse e delle gocce di sangue lasciate cadere sopra. Aveva le sembianze di un rito, ho provato a chiedere al proprietario di casa ma era impegnato al telefono e non mi degnava di attenzione.

Riprendiamo la pedalata affrontando una salita più impegnativa con delle bici che spesso danno problemi di catena. Il panorama è decisamente secco ma fortunatamente questa è una stagione meno turistica infatti ho incontrato davvero pochi stranieri tra cui due motociclisti inglesi, uno di loro è un tatuatore con tutto il corpo tatuato che vive 6 mesi a Londra e 6 mesi a Chiang Mai. Osservo la tranquilla dinamica quotidiana dei semplici abitanti dei villaggi che mi trasmettono una forte sensazione di pace e relax, proprio ciò di cui avevo bisogno dopo intense giornate nella rovente e caotica Bangkok.

Raggiungo le cascate che si addentrano nella secca jungla e attendo l’arrivo di Ellen che per via di un problema alla schiena ha terminato il percorso a piedi. Un bel ruscello d’acqua gelida percorre questo tratto di foresta tra grossi blocchi di pietra che creano delle piccole cascate e delle pozze in cui potersi bagnare – niente a che vedere con le grandi cascate singalesi. Alcuni bambini thailandesi trascorrono la mattinata a tuffarsi dalle rocce nonostante l’acqua sia particolarmente bassa in questa stagione. Ascolto per alcune ore il suono del ruscello che scorre e il canto degli uccelli rendendomi conto di quanto oramai sia fondamentale per la mia vita il contatto con la natura.

Al ritorno incontriamo delle donne locali che ci chiamano da lontano facendo il gesto del fumare, avvicinandoci ci accorgiamo che vendono oppio, non interessati proseguiamo alla ricerca di un ristorante dove poter pranzare e ne troviamo uno situato sulla cima di una collina da cui si estende una valle purtroppo non visibile per la nebbia fumante. La gentile e sorridente ragazza, che gestisce il locale, ci prepara un delizioso piatto vegetariano di riso e verdure. Ringraziamo e scendiamo lentamente per tornare nel villaggio di Pai.

Oggi compio 27 anni e credo che lo trascorrerò con madre natura in esplorazione di altre cascate. Festeggerò in modo del tutto particolare nella prossima settimana frequentando un ritiro di meditazione in un monastero sulla verde collina di Chiang Mai seguendo i rigidi ritmi giornalieri dei monaci e isolandomi dal mondo. Sono molto interessato alla pratica della meditazione e, oltre a proseguire il mio viaggio introspettivo, vorrei provare a raggiungere quel particolare stato in cui riesci a non pensare. Chi l’avrebbe mai detto che sarei arrivato ad esperienze simili? Chi mi conosce sa la vita che facevo pochi anni fa. Ma questo è il bello della vita, mai dire mai e bisogna avere una mente aperta a 360 gradi per provare esperienze di ogni tipo cercando di trarne il meglio in tutte e formare il proprio spirito. Limitandosi ad un solo stile di vita, senza mai provare qualcosa di nuovo, è come leggere una sola pagina di un grandioso libro chiamato “Vita”.



The phone woke me up, but I was happy to hear from a good friend for the first time in five months. Then, early in the morning, I reached the bridge over the river Pai flowing through the village of the same name, watching the locals slowly starting the days’ work. I had an appointment with Ellen, a Swedish traveller I had met in a guesthouse in Kandy (Sri Lanka), after casually bumping into her the day before, just a few hours after my arrival. The plan for the day was to rent two bikes and explore mountain villages and a waterfall in the jungle, some ten kilometres west of Pai.

The road was good but slightly uphill for the first five kilometres then steeper for the last five; nothing impossible but best avoided by those not in good shape. Unfortunately the visibility wasn’t great because in the dry seasons like this, farmers set their fields on fire to prepare them for the upcoming monsoon. The mountains weren’t visible and a slight fog partially blocked the sunlight all day.

The first stop was in a tiny village built around a temple, Wat Nam Hoo, containing various Buddha statues, one of which is particularly sacred because people say that in the past blessed water permeated from its head. All this is set in a green area with a small local market and a lovely pond with lotus plants. The next stop was in a Chinese village: behind the entrance with two red columns with Chinese writings, the village appeared very different from other ones because of the architecture and the new buildings in Chinese kitsch style built for tourism. In front of a door, I saw a perfectly carved stick with some bloodstained black feathers attached. It looked as if it was some kind of a ritual, I wanted to ask the house owner about it but he was busy on the phone and ignored me.

We carried on pedalling up a steeper slope on bikes which often had chain problems. The landscape was dry but, luckily, it was not the high season and among the few foreigners I met were two English motocyclists. One of them, a tattooer completely covered with tattoos lives half the year in London and the other half in Chiang Mai. Observing the calm daily routine of the simple villagers made me peaceful and relaxed, just what I needed after my tiring days in hot chaotic Bangkok.

I reached the waterfalls that go into into the dry jungle and waited for Ellen who finished the excursion on foot because of a back problem. A pleasant but freezing cold stream flows through this part of the forest between boulders and rocks, creating small waterfalls and pools where you can have a wash – nothing quite like the big Sinhalese waterfalls. Some Thai children spent the morning diving from the rocks, despite the water being quite shallow in this season. I listened to the sound of the stream and the birds singing for a few hours, aware of how important being close to nature has become in my life.

On the way back we met some local women who called to us from afar, making smoking gestures and, as we got closer, we realised they were selling opium. We weren’t interested so we carried on, looking for a restaurant to have lunch and found one on the top of a hill but, once again, there were no views of the nearby valley because of the smokescreen. The kind smiling girl running the place prepared a delicious vegetarian dish of rice and vegetables for us. Afterwards we went slowly downhill back to Pai.

Today is my 27th birthday. I think I’ll spend the day with Mother Nature exploring more waterfalls, then celebrate in a particular way next week by retiring to a monastery on the green hill of Chang Mai, following the strict daily schedules of the monks and isolating myself from the world. I’m very interested in practicing meditation and, apart from continuing on my introspective journey, I’d like to try and reach that particular state where your mind quietens. Who would have thought that I would get to the point of experiencing such things? Those who know me know what kind of life I was leading a few years ago. But this is the great thing about life, you never know what’s going to happen and it’s best to keep an open mind, try all sorts of experiences and make the best out of them in order to form our spirit. Limiting yourself to only one lifestyle without ever trying anything new is like reading only one page of that great book called “Life”.

domenica 4 marzo 2012

02/03/2012 La doccia calda malese / The malaysian warm shower



Giustamente vi chiederete come ho raggiunto la Malesia, ma anche questa volta riservo il succo del racconta dell’avventura marittima al libro che scriverò al termine di questo sogno. Vi anticipo che sono stati giorni intensi di lavoro e pensieri, ne voglio condividere uno in particolare con voi perché riassume un po’ il mio stato mentale dopo 5 mesi da favola. A seguire il racconto del 2 marzo:

La consapevolezza è la chiave della nostra realizzazione. Il giorno che sarai consapevole di cosa ti nutri e cambierai la tua dieta senza condizionamenti sociali, che scoprirai da dove provengono tutte le tue abitudini e le modificherai radicalmente dando a loro un tuo senso, che sarai in grado di rinunciare al più grande dei tuoi vizi, che sarai conscio della tua postura e della tua camminata in modo di poterle correggere e rilassare autonomamente, che smetterai di provare la paura consapevole che è una malattia creata dalla società per reprimere la tua libertà, che accetterai che il passato non torna più e che il futuro sarà sempre e solo una tua immaginazione, che inizierai a vivere il tuo presente più intensamente possibile senza essere più schiavo delle tue ambizioni, allora si che quello sarà il giorno in cui ti sveglierai e sarai, non più un burattino, ma padrone della tua vita scoprendo realmente fin dove puoi arrivare.

Ho deciso di iniziare la giornata con una colazione diversa dal solito, voglio provare qualche nuovo frutto tropicale. Scendo per strada tra le vie di Chinatown e non è difficile dopo pochi metri incontrare una bancarella che vende frutta già tagliata pronta per essere mangiata. Scelgo il jackfruit (verde a forma di fagiolo gigante che cresce sugli alberi e si trova anche nel sud dell’India e in Sri Lanka) e il dragonfruit (rosso a forma e grandezza di una mela). Il primo lo trovo disgustoso ma riesco a terminarlo, il secondo invece è buono ma nulla di speciale.

Ho un intera giornata per vagabondare per Kuala Lumpur, siccome stasera alle 23 parte il primo dei due treni che in 36 ore mi porteranno nella bollente ed esotica capitale della Thailandia: Bangkok. Lascio lo zaino alla reception del hotel e mi incammino per le strade moderne dell’afosa capitale malese. La temperatura è alta, ma è l’umidità del 90% a rendere il calore al limite del sopportabile. Chinatown è un quartiere traboccante di vita e colori, si estende soprattutto su due vie pedonali colme di bancarelle, che vendono vestiti, orologi, coltelli e zaini. Inoltre presenziano vari chioschi fumanti che vendono bevande e cibo a qualsiasi ora. Il tutto condito da un’ampia presenza multietnica di malesi, cinesi e turisti. Nel poco tempo che ho trascorso a Kuala Lumpur questo è il quartiere che mi ha affascinato di più.

Nel mattino, mentre passeggio su un ponte del centro, fortuitamente assisto ad uno spettacolare contest di graffiti (video 1). Sulle rive del piccolo fiume, che attraversa la città, una moltitudine di giovani artisti dipingono le mura che prendono vita grazie ai colori vivace delle loro bombolette. I writers erano numerosi ed il contest sembrava iniziato da qualche giorno. Poco sopra la riva est del fiume un gruppo di skaters si esibiscono su una rampa alta 2 metri. Conosco un ragazzo malese che mi spiega che in questa settimana c’è un festival organizzato da un programma televisivo con concerti, esibizioni di breakdance e varie attività sportive
.
Raggiunto il centro nevralgico cittadino, sono rimasto basito dagli edifici futuristici ed i grattacieli che dominano la scena, tra cui le maestose Petronas Towers. Ci sono alcuni tratti in cui si ha difficoltà a vedere il cielo, le strade sono ben asfaltate e divise in diverse corsie, ma soprattutto si trovano attività e centri commerciali. Dopo essere stato in India e in Sri Lanka fa impressione arrivare in una città così moderna e sviluppata, questo è un altro lato positivo del tipo di viaggio che ho intrapreso perché ti permette di focalizzare con una lente d’ingrandimento in profondità le differenze tra i paesi che visito, così continuo a conoscere meglio le culture anche dopo aver lasciato i loro paesi.

Siamo nella stagione delle piogge ed infatti inizia il primo temporale così mi precipito in un enorme centro commerciale di 8 piani. Dopo alcuni di negozi di moda, arrivo al piano dedicato ai ristoranti e scopro una vera e propria comunità legata alla ristorazione. Uno a fianco all’altro una serie di cucine internazionali, non manca nessun paese all’appello e il nome di quel piano dice tutto: “Food Republic”. E’ davvero complicato scegliere tra così tante possibilità di scelta e sembrano tutti servire degli ottimi piatti, alla fine decido per un piatto thailandese a base di verdure e noodles per mantenermi in linea con la mia nuova dieta. Mentre cercavo la via d’uscita ho notato in una panetteria una focaccia uguale identica alle nostre ma con dello zucchero sopra e l’etichetta “Japanese pan” !

Il pomeriggio e la sera sono stati caratterizzati dalla pioggia insistente ed ho vagabondato per la città bagnato fradicio. Ho notato che i malesi vanno in moto con la giacca indossata al contrario senza chiuderla, credo che non la chiudano per il calore e per via della pioggia, o anche dell’aria che gonfierebbe la giacca, preferiscono indossarla in questa maniera. Quando ho deciso di incamminarmi verso la stazione del treno, ho trovato le strade allagate per via di tombini che sparavano flussi d’acqua in quanto il sistema fognario era sovraccarico. Ho attraversato lo stesso ponte sotto il quale i writers si esibivano stamattina e sono rimasto letteralmente a bocca aperta ad osservare il fiume in piena che aveva sommerso del tutto le rive e buona parte delle mura (video 2). Era uno spettacolo assistere alla potenza di quel fiume che solo poche ore prima era nient’altro che un misero fiumiciattolo. Attirato dal flusso travolgente dell’acqua, mi sono fermato su quel ponte sotto la fitta pioggia, incurante del fatto che mi stavo facendo la doccia.

You may be asking yourselves how I got to Malaysia - and rightly so – but, once again, I’ll be keeping the gist of this sea adventure for my book. I can tell you in advance that these have been days of intense work and thoughts and I want to share with you one of these because it more or less sums up my state of mind after five fabulous months. Here is what happened on March 2nd:

Awareness is key to our fulfilment. The day that you become aware of what you eat and change your diet without being socially conditioned, that you discover where all your habits come from and radically change them by giving your own meaning, that you give up your biggest vice, that you are aware of your posture and the way you walk so that you can change them and relax autonomously, that you stop being afraid because you know that it is a disease created by society in order to limit your freedom, that you accept that the past is the past and that the future will always be nothing but your imagination and you start living the present as intensely as possible without being a slave to your ambitions, that will be the day you wake up and you will no longer be a puppet, but the master of your own life, and will really discover how far you can go.

I decided to begin my day with an unusual breakfast: some new tropical fruit. I went out to the streets of Chinatown and almost immediately found a stall selling fruit that was already cut and ready to be eaten. I chose a jackfruit, which is shaped like a giant green bean, grows on trees and is also found in southern India and Sri Lanka, and a dragonfruit, red and apple-shaped. The first was disgusting but I managed to finish it, the second was good, but nothing special.

I had the whole day to wander around Kuala Lumpur since the first of two trains taking me in 36 hours to Bangkok, the hot and exotic Thai capital, was leaving at 11pm. I left my backpack at the hotel reception and made my way along the modern roads in the muggy weather of the Malaysian capital. The temperature was high, but it was the 90% humidity that made the heat nearly unbearable. Chinatown, a lively colourful district, extends mostly along two pedestrian roads full of with stalls selling clothes, watches, knives and backpacks. There were also various kiosks, from which smoke was rising, selling food and drink at all hours. The area is multiethnic, with Malaysians, Chinese and tourists. In the short amount of time I spent in Kuala Lumpur, this was the district that fascinated me the most.

In the morning, while walking over a bridge in the city centre, I saw by chance a graffiti contest (video 1). On the banks of the small river flowing through the city, a multitude of young graffiti artists were bringing the walls to life with the lively colours of their spray cans. There were many of these artists and the contest seemed to have already been going on for a few days. Just above the eastern riverbank, a group of skaters were practising on a two-metre-high ramp. A Malaysian told me that a television program had organised a festival that week with concerts, breakdancing and various sport activities.

On arriving in the city centre, I was stunned by the ultramodern buildings and skycrapers that dominate the skyline, such as the majestic Petronas Towers. There are certain spots where it’s hard to see the sky, the roads are well asphalted and divided into several lanes, but above all there are shops and malls. After India and Sri Lanka it feels strange to be in such a modern developed city, and this is another positive side to my way of travelling, because it allows me to focus in depth, like a magnifying glass, on the differences between the countries I visit, thus continuing to understand these cultures better even after leaving them.

This is now the monsoon season and the first storm broke, so I rushed inside an eight-storey mall. After passing several fashion shops, I came to a floor dedicated to restaurants and discovered a true community involved in catering services. One after another, a series of international restaurants - no country missing - gives the name “Food Republic” to that level of the mall. It was really difficult to choose between so many options and they all seemed to make good dishes, but in the end, in line with my new diet, I went for a Thai dish of vegetables and noodles. While looking for the way out, I noticed a bakery selling focaccia just like in Italy, except that this was coated with sugar and labelled as “Japanese pan”!

It rained all afternoon and evening and I wandered around the city, soaking wet. I noticed that many Malaysians ride motorbikes with their jacket back to front, maybe because of the heat, maybe because of the rain or maybe so that the wind would not make it swell up. When I started making my way towards the train station I found that the roads were flooded because the sewers were overloaded. I walked across the same bridge under which the graffiti artists had been writing that very morning and was shocked to see how the river had completely overflown its banks and a good part of the walls (video 2). The power of the river, just a few hours before not much more than a stream, was impressive. I stayed on the bridge under the downpour, attracted by the water carrying everything away, not bothered by the fact that I was wet through.



Video 1: 

Video 2:


giovedì 1 marzo 2012

Pagellino temporaneo Sri Lanka / Temporary report Sri Lanka

Terza puntata con il pagellino temporaneo sulle nazioni che ho visitato. Per chi non lo conoscesse ancora nasce dall’idea di giudicare l’esperienza di viaggio in ogni paese che incontrerò lungo il cammino. Riguarda solo la mia esperienza personale quindi ognuno può avere dei giudizi diversi dai miei . In questo caso è temporaneo perché quando realizzerò il libro potrà essere modificato sulla base dell’esperienza in più che avrò accumulato strada facendo. Darò un voto a quattro punti che interessano principalmente la popolazione locale: viaggiare con i trasporti pubblici assieme ai locali comprendendo anche la situazione delle strade, sulla cucina locale (varietà e qualità), sull’ospitalità da parte della gente con gli stranieri e infine sul costo della vita per uno straniero cercando di vivere comunque economicamente.

- Trasporti pubblici : 6,5
- Cucina locale : 5
- Ospitalità della gente : 7
- Costo della vita per uno straniero : 7

- Media Sri Lanka : 6,375


Third instalment with my temporary report on the countries I visit. As I already blogged, I have decided to rate - give a mark for - my travel experiences in every country I visit. It will be based on personal experience, so feel free to disagree. The ratings below are temporary and may well be changed in the light of later experiences. I give a rating out of ten to four areas which mainly concern the local people: travelling with them on public transport, taking into account the road conditions; the local food (variety and quality); their friendliness and hospitality towards foreigners; the cost of living for a foreigner on a budget.

- Public transport : 6,5
- Local food : 5
- Friendliness and hospitality : 7
- Cost of living for a foreigner : 7

- Average fro Sri Lanka : 6,375